Malattie comuni e non – 2ª parte altri accorgimenti

Che il metoto del non-intervento, con pochi semplici accorgimenti, non sia da scartare a priori è per me un dato di fatto, ciò non toglie che si possano adottare altre precauzioni con una strategia a più ampio raggio in grado di ridurre ulteriormente le “perdite fisiologiche”; per raggiungere tale scopo si potrà (dico “si potrà” perchè fino ad ora confesso di averle applicate solo parzialmente) implementarle con alcune altre tecniche colturali.

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le consociazioni e le piante “parafulmine

Un primo metodo in grado di migliorare sia la salute che la produzione e la qualità dei raccolti è quello delle consociazioni. L’immagine sopra ne è un esempio, di tabelle simili ne esistono molte altre tutte più o meno valide. Questa tecnica si contrappone a quella tradizionale fatta di chiare suddivisioni delle coltivazioni (ortaggi dello stesso tipo tutti in fila o su un’unica aiuola) ; negli orti sinergici è un “must” e viene applicata come uno dei principi irrinunciabili.

La sua utilità è convalidata da decenni di prove e verifiche “sul campo” da parte di moltissimi orticolturi sia hobbysti che professionisti che ne hanno provato l’efficacia, classico esempio (il più “famoso“) è la consociazione tra carote e cipolle che protegge entrambe dalle rispettive “mosche“, (per la precisione sono larve che attaccano il fittone della carota e il bulbo della cipolla). Metterlo in pratica è abbastanza semplice per orti di medio-piccole dimensioni (nel sinergico si puo dire che non serve pensarci tanto, è praticamente una “conseguenza” intrinseca) dove con più specie “compatibili” in minor spazio si aumenta notevolmente anche la produzione, un po’ più difficile per quelli più estesi dove richiederà un buon studio” preliminare che dovrà necessariamente tener conto di altri fattori come quello dell’uso o meno di mezzi meccanici, oppure, della “logistica” dei raccolti (non si potranno fare “chilometri” per raccogliere un pomodoro qui e l’altro là… risulterebbe alquanto scomodo).

La consociazione agevola anche un’altra tecnica, quella delle piante “parafulmine (Benjamin Franklin non centra nulla) così dette perchè in grado di attirare su di loro parassitosi che altrimenti interesserebbero porzioni più estese, un esempio sono gli acari (pidocchi) letteralmente posizionati ed allevati sulle nostre piante dalle formiche per prelevarne la sostanza zuccherina prodotta, solitamente prediligono alcune specie come le leguminose per cui mettendo una pianta qua e l’altra la abbiamo maggiori chances che si concentrino su di esse lasciando stare gli altri ortaggi. Inoltre, se gli attacchi sono concentrati su poche piante, sarà per noi più semplice intervenire per tenerli sotto controllo.

la rotazione

Oltre a malattie comuni a più specie ne esistono alcune, forse le più serie sebbene più rare, proprie di un determinato ortaggio o di una determinata famiglia; per evitare che si ripresentino periodicamente la rotazione colturale è una valida tecnica che apporta ulteriori vantaggi in termini di fertilità e produttività del suolo.

Osservando lo schema si intuisce come l’alternanza delle coltivazioni può contribuire a prevenire la reiterata insorgenza di infezioni o parassitosi specifiche di un ortaggio; molti batteri, funghi e parassiti hanno la capacità di annidarsi nel terreno per sopravvivere ai mesi freddi ripresentandosi puntualmente non appena la stagione lo permette, va da se che coltivando sempre gli stessi ortaggi nello stesso posto per più anni si finisce con l’agevolare la loro proliferazione, ruotando le colture non si ha la certezza che non vengano infettate ma, se non altro, non gli si serve il “cibo” su un piatto d’argento. Dovendo necessariamente spostarsi impiegheranno più tempo e l’attacco sarà più contenuto, le piante avranno più chances di sviluppare le contromisure adeguate e, in particolare per i parassiti, si permetterà ai predatori naturali di “attrezzarsi” (normalmente prima arrivano i parassiti e dopo i predatori, se si contengono i danni iniziali ci penseranno loro e noi potremo dedicarci ad altro).

Adottando una rotazione simile a quella dell’immagine si ha anche il vantaggio non solo di permettere la rigenerazione del terreno ma anche di arricchirlo migliorandone la fertilità (leguminose, fissatrici di azoto a livello radicale).

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coltura protetta e irrigazione

La maggior parte delle malattie sono di origine funginea e si trasmettono tramite spore spinte dal vento o che “rimbalzano” dal terreno alle foglie a causa delle precipitazioni piovose o per irrigazione errate (cosi dette, appunto, “a pioggia“); in ambedue i casi la pratica di coltivare in ambiente protetto permette di limitare sensibilmente i danni, la pioggia non colpisce direttamente il terreno vicino alle piante evitando che le spore “schizzino” sulle foglie più basse (il caso “principe” è quello della peronospora che parte sempre dai primi palchi fogliari), le irrigazioni (più frequenti visto che la pioggia non cade sotto la serra) con la classica gomma possono essere sostituite da un impianto ad “ala gocciolante” (il più comodo, affidabile e non troppo costoso) o da annaffiature localizzate ai piedi della pianta (evitando di bagnare le foglie se no siamo daccapo).

Gli unici accorgimenti raccomandati (indispensabili) sono di arieggiare per bene per evitare eccessive umidità (se così fosse state certi che le spore riuscirebbero nel loro intento) e di favorire il lavoro degli insetti impollinatori (spalancategli le porte) altrimenti tutti quegli ortaggi che richiedono il loro intervento (es. zucchine e fagiolini) non sarebbero in grado di produrre frutti (le zucchine si possono anche impollinare con un “coton-fioc” ma vorrei vedervi con i fagiolini…).

pacciamatura paglia

pacciamatura

La pacciamatura è un’ottima soluzione quando non si ha a disposizione una serra, ammortizzando le gocce ed assorbendo l’acqua piovana limita la diffusione delle spore, certamente meno che una coltura protetta dove non piove proprio ma fa comunque un buon lavoro, inoltre è un’ottima barriera contro il proliferare delle infestanti (solo questo basterebbe già per adottarla immediatamente). I principali materiali utilizzati sono la paglia, gli sfalci d’erba essiccata (senza semi altrimenti al posto di un orto vi ritrovate con un campo di foraggio) e i teli da pacciamatura (quelli neri, bruttini ma efficaci).

Cosa scegliere? Bel problema, qui le cose si complicano anche se più che altro a livello “etico“…..

La paglia è ottima, funziona egregiamente contro le infestanti, è completamente naturale e biodegradabile (dura comunque un’intera stagione o più), trattiene benissimo l’umidità limitando le irrigazioni, protegge il terreno dal freddo o dal caldo eccessivo e, per finire, ha una resa estetica senza paragoni, lo stesso vale per gli sfalci d’erba sono solo un po’ meno gradevoli da vedere. Detta così sembrerebbe il materiale ideale, non ci sarebbe più storia ma, purtroppo, non tutte son rose e fiori…

Innanzitutto non è facilmente reperibile ovunque (consiglio di cercarla presso cascine dove allevano anche bestiame), è importante ricordarsi di integrarne lo spessore in autunno e primavera per una più efficace protezione termica ma il suo problema principale è un’altro… se abitate nel sud Italia o in zone dal clima piuttosto secco va tutto bene ma se, come me, risiedete al nord ove il clima primaverile è particolarmente umido preparatevi a combattere una guerra estenuante contro lumache e limacce, l’ambiente umido che viene a crearsi è il loro habitat ideale ove proliferano in maniera da far perdere la pazienza ad un santo; metodi (prodotti) per difendersi ne esistono molti; personalmente, visto che la “chimica” non fa parte del mio dna, ho preferito ricorrere a soluzioni “alternative, più creative”.

pacciamatura telo

Se decidete che la paglia non fa al caso vostro potete ricorrere ai classici teli neri (anche verdi in alcuni casi), ne esistono di vari tipi da quelli in polietilene completamente impermeabili (personalmente non li adotterei mai perchè mi danno l’impressione di “soffocare” il terreno) a quelli in polipropilene traspiranti (questi vanno meglio, almeno un po’ d’aria e l’acqua la lasciano passare) fino al tessuto-non-tessuto, quello di colore nero piuttosto spesso (praticamente come i precedenti ma più soggetto a lacerazioni) o a quelli di ultima generazione in amido di mais biodegradabile (da nuovi sono impermeabili come i primi ma si degradano nel volgere di qualche mese e non vanno rimossi a fine ciclo, quel che ne resta può essere tranquillamente interrato).

Tutti i teli citati hanno essenzialmente alcuni problemi in comune, a fine ciclo, ad eccezione di quelli in amido di mais che andranno rimpiazzati, vanno rimossi e lavati (lavoro non molto impegnativo ma pur sempre da prevedere), una volta forati per far spazio ai trapianti il loro riutilizzo sarà vincolato dalle distanze tra i fori e dalle dimensioni del telo stesso (se li uso su una aiuola potrò riutilizzarli solo per quella o per un’altra quasi identica, in sostanza mancano di “flessibilità” e “adattabilità“), esteticamente sono piuttosto “cupi“, pur trattenendo anch’essi l’umidità non sono paragonabili all’efficacia della paglia e durante l’estate causano un surriscaldamento del terreno con conseguente rallentamento dell’attività microbiotica, dulcis in fundo (principale problema etico ad eccezione di quelli bio), dopo qualche anno, ammettendo di non averli lacerati o rovinati prima, andranno conferiti come rifiuti speciali (il loro riciclo è più difficoltoso rispetto alla comune plastica per cui non vengono considerati riciclabili dalla maggior parte dei comuni italiani).

Visti e considerati pregi e difetti dei vari materiali nasce la necessità di un compromesso che possa sfruttarne le caratteristiche positive limitandone quelle negative, in effetti studiandoci un po’ qualcosa ne è venuto fuori ma, essendo ancora in fase di collaudo, vi rimando a futuri post.

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Le origini – parte terza… problemi e soluzioni “creative”

La scelta di intraprendere la strada dell’orto sinergico incontra i primi ostacoli e manifesta i suoi limiti. Le piogge primaverili e l’umida estate 2014 fanno emergere alcune problematiche che, in colture tradizionali, verrebbero contenute abbastanza agevolmente con l’impiego di prodotti più o meno specifici ma questo, si sa, non è il mio modo di essere (di coltivare) per cui mi sono chiesto “dovranno pur esserci delle valide alternative, quali potrebbero essere?” e qui entra in gioco la “creatività” del pensare al di fuori degli schemi.

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Andiamo per ordine…

L’orto sinergico, oltre ad una valenza estetica ineccepibile, ha molti pregi, non è “invasivo“, rispetta la “biodiversità“, non “stressa” il terreno, favorisce il moltiplicarsi dei microrganismi, limita le irrigazioni, tiene sotto controllo le infestanti, ecc. ma, allo stesso tempo, favorisce l’insorgenza di alcune problematiche che in un orto tradizionale sarebbero più marginali.

Il principale problema riscontrato, anche il più distruttivo, riguarda il proliferare incontrastato di quella che è la parassitosi più “devastante” che ogni orticoltore conosce e teme, indovinate un po’ ?…..   lumache e limacce, sono sicuro che la maggioranza di voi l’ha indovinato subito (sicuramente il 90% di  coloro che abitano nel centro-nord Italia che sanno benissimo cosa significhi).

La pacciamatura con la paglia, pur essendo bellissima e utile, finisce col creare l’habitat umido ideale per i gasterotopi, a mio avviso questo è il principale limite dell’orto sinergico se poi aggiungete che, oltre alle abbondanti piogge primaverili, l’estate 2014 è stata una delle più umide (bagnate) di sempre si può agevolmente capire la portata dell’infestazione, quasi un’apocalisse sopratutto per le insalate e le giovani piantine (trapianti della sera prima che al mattino successivo scompaiono misteriosamente vanificando settimane di lavoro e cure amorevoli).

Soluzioni “alternative“…

Ok, che si fa? Si ricorre semplicemente ad un lumachicida? Mollo tutto? ( ci sono andato vicino) Oppure esiste un’alternativa?

Accedo nuovamente alla rete che si dimostra subito prodiga di consigli e soluzioni (bicchieri di birra, sale da cucina, caffè spruzzato sulle piante, fili di rame, ecc.) tutte più o meno valide ma non sulla mia stessa lunghezza d’onda; quasi tutti i metodi prevedevano interventi costanti e ripetuti ogni 2/3 giorni mentre io cercavo una soluzione più durevole. Dopo un po’ di riflessioni e studio del modo di vivere e nutrirsi, all’improvviso, un “flash“…. Piuttosto che “eliminarle” sistematicamente (ottima soluzione, valida ma piuttosto impegnativa e “appiccicosa“) perchè non impedirgli di alimentarsi con la mie piantine? del resto piante spontanee, erbacce  varie e prati non mancano, possono andare altrove.

Dopo un po’ di ragionamenti tecnici, di sfruttamento delle competenze lavorative e alcuni test la soluzione prende vita sotto forma di una barriera fisica difficilmente superabile non solo dalle lumache ma, effetto collaterale inatteso, da tutti quei parassiti che si spostano sul terreno o per via aerea (cavolaia, cimici, dorifera, ecc.); la soluzione si rivela efficace e la devastazione cala drasticamente (e pensare che sono stato lì lì per mollare tutto e ritornare al semplice prato).

 

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Gasterotope che punta, senza successo, ad un tenero trapianto

 

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sinergico 2015, un po’ meno rigoglioso

non solo lumache…

Altro limite del metodo sinergico è rappresentato dal basso apporto di azoto che, come si vede nella foto sopra (2015), nel volgere di un solo anno, può far perdere gran parte della rigogliosità iniziale; la pacciamatura con la paglia e le vecchie pianto ormai secche apportano parecchio carbonio ma praticamente niente azoto, a tale carenza non riescono a sopperire neanche le leguminose (fissatrici di azoto a livello radicale) per cui il principio di “non concimare” è da rivedere, un apporto di sostanza organica come letame maturo, compost o stallatico può rendersi necessario sia in fase intermedia (orto a riposo a fine autunno) che al momento dei trapianti. L’esigenza può variare da zona a zona, da terreno a terreno, ma è comunque da tener presente.

Il dover interrare la sostanza organica potrebbe far venir meno anche il principio “nessuna lavorazione del suolo” che, particolarmente in un orto a spirale come il mio, comporterebbe, oltre a parecchio lavoro e fatica, oggettive difficoltà, è tuttavia possibile ovviare a ciò in due semplici modi: spargendo il concime superficialmente in autunno, quando l’orto è a riposo e quindi piuttosto libero coprendo poi il tutto con la pacciamatura così a primavera i bancali saranno pronti ad ospitare i nuovi trapianti, oppure interrandolo in occasione dei trapianti stessi con una leggera zappatura localizzata. Altra possibile motivazione per dover zappare deriva dal tipo di terreno (nella mia zona è particolarmente pesante) che, seppur non sia stato calpestato, puo tendere ad indurirsi troppo con tutte le conseguenze del caso, l’alternativa alla fatica che ciò comporterebbe è di spargere sui bancali un generoso strato di compost o di terriccio ottenendo contemporaneamente altri vantaggi, apporto di sostanze nutrienti e ulteriore barriera contro le infestanti.

Zappatura localizzata
zappatura localizzata
Giorno 2_pacciamato_01
aggiunta di compost o terriccio

le conclusioni…

L’orto sinergico ha un’estetica più che gradevole, limita bene lo sviluppo delle infestanti, non necessita di irrigazioni costanti perchè trattiene naturalmente l’umidità della terra, rispetta l’ecosistema del terreno (microflora e microfauna) e non richiede trattamenti. Il mantenimento “in salute” necessita però di cure quasi quanto un orto tradizionale, presenta alcuni inconvenienti dei quali il principale è fornire un habitat ideale per la proliferazione delle distruttive lumache, contrariamente ad uno dei suoi principi fondamentali le concimazioni saranno molto probabilmente necessarie per apportare parte di quei macroelementi indispensabile allo sviluppo vegetativo (azoto in primis, fosforo e potassio).

A conti fatti l’idea che mi sono fatto è che è adatto a piccole produzioni famigliari, magari integrative di un orto più tradizionale (sempre senza uso della chimica, mi raccomando!, il principio di “nessun uso di prodotti di sintesi” è sacrosanto ed inviolabile), la sua estensione dovrebbe essere limitata a max. 4/5 bancali non scartando a priori la possibilità di doverlo eventualmente “ricollocare” in altro luogo se dopo 3/4 anni dalla sua nascita non si è stabilizzato e si presentano evidenti problemi di fertilità.

I quattro principi fondamentali dell’agricoltura sinergica rimangono validi ma necessitano di una certa “flessibilità” per adattarsi alle singole realtà climatiche e locali; tale necessità di adattamento diviene prerogativa indispensabile quando si decide di ampliare la superficie coltivata e quando, come nel mio caso, ad occuparsene sono solo una o due persone con poco tempo a disposizione, l’uso di mezzi meccanici (es. motozappa) diventa indispensabile per cui la “creatività” deve volgere la propria attenzione verso un compromesso che, per dirla con un famoso detto, “salvi capra e cavoli“.

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Le origini – parte seconda… evoluzione di un non-metodo

Alla ricerca di un'identità.......

Estate 2013, l’orto, seppur piccolo, è pieno di vita, i raccolti si susseguono incessantemente e la passione cresce così come la voglia di espanderlo. Per quest’anno ormai è tardi ma non per il prossimo!

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Esperienza zero, le idee sono piuttosto distanti dal “convenzionale”, quasi tutto quello che è stato seminato e trapiantato è comunque riuscito a crescere in autonomia senza cure “invasive“, come fare ?, Quale strada intraprendere ?

La soluzione, internet, la rete è stracolma di informazioni basta cercare, leggere pazientemente e “filtrare” secondo le proprie idee ed aspirazioni. Dopo aver passato parecchie ore ad esaminare siti, blog e articoli vari scremando tutto quello che non andava a genio, fin da subito ho compreso che l’agricoltura convenzionale con suoi annessi e connessi (fitofarmaci, concimazioni chimiche, pesticidi, ecc…), non faceva per me, troppo irrispettosa dell’ambiente e della Terra, meglio qualcosa di “alternativo” ed eccomi alle prese con l’orto sinergico.

Si parte…….

Scarico e leggo “Agricoltura Sinergica – Le origini, l’esperienza, la pratica” di Emilia Hazelip trovandolo molto interessante e vicino al mio pensiero (col senno di poi ha i suoi limiti ma di questo parleremo prossimamente), in autunno l’orto sinergico 1.0 prende forma (rigorosamente a spirale) con buona pace di scettici e curiosi (domanda ricorrente del periodo : “cosa stai facendo?”, “chi ci hai messo li sotto?” – risposta : “l’ultimo che me l’ha chiesto”).

Cerco di seguire il più scrupolosamente possibile le indicazioni, dimensioni dei bancali, distanze fra di essi, impianto di irrigazione a goccia, paglia, ecc., con alcune “divagazioni” più consone al mio modo di essere e pensare. A fine anno, in pieno gelo,  i primi trapianti (fragole) e semine (aglio e cipolle), seguono fave, piselli e altri non appena la stagione lo consente, contemporaneamente una porzione della serra esistente viene adibita a semenzaio. Non pago del lavoro fatto e complice la lettura de “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka, la cui filosofia è ancor più votata verso l’agricoltura naturale, mi concedo anche un piccolo “laghetto” con funzione di raccolta e riserva idrica, attorno ad esso nascerà poi la carciofaia (partendo sempre da seme) della quale, pur con frutti decisamente “diversi” da quelli del supermercato (non so perchè ma quando vedo certe “dimensioni” e “perfezioni” degli ortaggi “standardizzati” mi viene da pensare all’antidoping, mah!..), vado piuttosto fiero, nessuno del vicinato ha mai osato tanto eppur funziona!

Tutto procede per i meglio fino alla tarda primavera (seguita dalla disastrosa estate 2014) quando si presentano i primi inconvenienti ma di questo parleremo la prossima volta.