Ortosconvolto 3.0 in pratica – parte 1ª – Operazioni preliminari

Superata la fase “teorica” è ora di passare alla pratica. Considerando che l’orto prenderà forma su un terreno non recentemente coltivato la prima cosa da fare sarà liberarlo dalle erbacce. Essendo ormai l’autunno alle porte sarà inutile “tracciare” e predisporre ogni singola aiuola, meglio farlo in seguito, a fine inverno in vista della bella stagione, per il momento è sufficiente una suddivisione “di massima” in macro zone (zona 1 orto, zona 2 colture pluriennali, zona 3 colture annuali a ciclo lungo). Con l’intento di aumentare la “biomassa”, la quasi totalità dell’area verrà seminata con una coltura da “sovescio” in grado di resistere all’inverno e destinata ad essere falciata ed interrata in primavera.

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Terminata la “laboriosa” progettazione che ha cercato di ottimizzare al meglio le caratteristiche fisiche e la gestione del futuro orto è ora necessario passare alla pratica; l’approssimarsi dell’autunno fa di questo periodo il più adatto dell’anno per assicurarsi la migliore salute possibile del suolo in vista delle semine e trapianti primaverili che ci regaleranno i tanti agognati raccolti.

Non essendo stato coltivato nell’ultimo anno (questo è anche un bene) il terreno è stato completamente ricoperto dalle erbe spontanee (tra cui camomilla prontamente raccolta) e, in vista della futura destinazione, necessita di una prima “toelettatura. Il protrarsi dell’assenza di precipitazioni della stagione non permette, a causa della compattezza del suolo, una “fresatura” diretta ma necessita di due distinti passaggi con un’occhio al meteo; le previste piogge di metà settembre (p.s. puntualmente verificatesi, foto sopra) suggeriscono di intervenire con una “trinciatura” uno o due giorni prima del loro arrivo e, non appena il terreno sarà “in tempera, procedere con la fresatura (p.s. fatta anche questa, foto sotto) interrando il tutto a mo’ di “sovescio” aumentando al contempo, seppur di poco, la biomassa (cosa sempre “buona“).

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Considerando che la primavera è ancora distante risulta inutile, al momento, dedicarsi alla tracciatura di tutte le aiuole, basterà una suddivisione di massima delle varie zone. Come risultato dei precedenti ragionamenti la zona più facile da raggiungere dovrà essere quella dedicata all’orto vero e proprio (zona 1); per la futura stagione sono previste circa 20 aiuole (zona 1.1) ma, vista l’intenzione di espandere le coltivazioni, sarà necessario delimitare anche le future porzioni interessate (da zona 1.2 a 1.5) permettendo così uno sviluppo “coerente” con le intenzioni progettuali; sistemata la prima si puo procedere col tracciamento approssimativo delle zone 2 e 3.

Prevedendo, in attesa di tempi migliori, una semina autunnale a tutto campo di una coltura da sovescio, il modo migliore per delimitare le varie aree è risultato quello di collocare nei loro vertici paletti abbastanza alti da essere ben visibili e, contemporaneamente, non d’intralcio alle prossime lavorazioni coi “mezzi pesanti” (non ho ancora tracciato per cui rimetto l’immagine del progetto, appena lo farò aggiungerò la foto).

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La prima parte è tracciata e pronta ad accogliere le nuove aiuole

Delimitate le varie macro aree non resterebbe che attendere ma, visto che il tempo c’è, tanto vale cercare di migliorare la fertilità del suolo nel modo più naturale possibile. Avendo a disposizione una cospicua quantità di semi (per la verità piuttosto datati ma, “teoricamente“, con una germinabilità ancora attorno al 40/50%) di “ravizzone”  ne approfittiamo con una semina a spaglio a tutto campo ottenendo anche un’altro vantaggio, il primo raccolto (marzo); le sue infiorescenze, colte prima di sbocciare, sono commestibili e buone a tal punto che, col loro sapore più “dolce” rispetto alle originali, le preferiamo di gran lunga alle “cime di rapa” vere e proprie (le consumiamo regolarmente da anni come condimento delle “orecchiette” conservandole surgelate per tutto l’anno).

A fine inverno/inizio primavera il ravizzone fiorirà in un’esplosione di giallo fornendo nutrimento per moltissimi insetti al loro risveglio dopo il rigido inverno, in particolare è molto apprezzato dalle colonie di api che così potranno “rafforzarsi” e svolgere al meglio il loro preziosissimo lavoro nei mesi a seguire. In prossimità del termine della fioritura la pianta verrà falciata ed interrata col sovescio apportando una cospicua quantità di biomassa e azoto che sarà graditissimo alle successive colture.

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Nuovo ortosconvolto come sarà – parte 3ª – gestione

Rieccoci qui, pensavate che la progettazione fosse terminata…. non è così, le “meningi” andranno spremute ancora un po.  Dopo aver esaminato gli elementi naturali, la logistica degli ingombri e aver dato un “senso” al tutto resta da valutare la praticità di gestione del terreno. Abbiamo già visto come la disposizione e la forma di aiuole e aree coltivate siano state dettate in buona parte dai mezzi che andremo ad utilizzare ora sarà necessario porre attenzione a tutti quei problemi ed inconvenienti “pratici” che dovremo affrontare quando l’orto verrà avviato o sarà in produzione (avete presente ?… malattie, erbacce, lumache, parassiti, irrigazione, ecc.).

Andando per gradi….

Le malattie più comuni, perlopiù di origine funginea quali peronospora e oidio, colpiscono e colpiranno sistematicamente anno dopo anno le nostre colture; chi mi segue sa già come la penso, (se non lo sapete o non ricordate leggete qui) per cui il futuro orto non prevederà accorgimenti particolari se non il principio della “rotazione colturale” e la messa a dimora di un maggior numero di piante rispetto a quanto ritenuto necessario ( se, per il raccolto che mi attendo, serviranno 20 piante di pomodoro ne pianto 25/30 per sicurezza così nel caso qualcuna non ce la faccia la produzione sarà comunque pari o, nella maggioranza dei casi, superiore all’atteso).

Infestanti, problema non indifferente, il più impegnativo e “fastidioso. Intendiamoci, la presenza di erbe spontanee non è del tutto negativa, attirano su di se i parassiti, mantengono l’umidità del suolo, evitano l’erosione in terreni scoscesi, decomponendosi  producono “fertilità” (humus), favoriscono il prosperare della microflora e della microfauna e, in molti casi, sono anche “commestibili” (nel caso di ortosconvolto 3.0 la camomilla, tanto per citarne una); il lato negativo è che sottraggono nutrienti e luce a ciò che coltiviamo. Da queste considerazioni si deduce che vanno “contenute” la dove possono danneggiare le colture (nelle aiuole) e “mantenute sotto controllo” ma non “eliminate del tutto” la dove i vantaggi superano gli svantaggi (nei passaggi). Avete presente quei bellissimi e ordinatissimi orti e interi campi dove non cresce un filo d’erba e il colore dominante è il “marrone bruciato” di un terreno riarso dal sole e praticamente “sterile” ?… be, dimenticatevelo, per quello c’è l’agricoltura convenzionale con i suoi diserbanti e pesticidi (da “brivido“).

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La soluzione si ricollega al discorso sulla pacciamatura e sulla logistica.

Il compito del contenimento delle infestanti nelle aiuole verrà affidato alla pacciamatura (vedremo in seguito con quali materiali) che ne impedirà la crescita incontrollata (dover togliere le erbacce a mano non è il “massimo della vita“) mantenendo l’umidità del terreno e limitando, conseguentemente, anche le irrigazioni; la crescita delle erbe spontanee sarà “concessa” nei vari passaggi; lungo i più stretti (tra i bancali/aiuole) saranno falciaerba e, se il terreno si sarà compattato troppo, motozappa a mantenerle sotto controllo (logistica : aiuole e passaggi dimensionati in maniera tale che un unico passaggio sarà sufficiente a “ricondurle” ad una altezza consona o ad eliminarle con una sorta di sovescio); nei passaggi più ampi e nei campi più estesi (zona 3) sarà il trattore a svolgere il compito con trinciatrice o fresatrice a seconda della necessità.

pacciamatura

L’irrigazione ha la sua bella importanza, le precipitazioni naturali possono assolvere al compito solo limitatamente ad alcuni periodi dell’anno; in autunno e in primavera (periodi notoriamente “piovosi“) saranno più che sufficienti se non addirittura eccessive dal dover essere drenate (osservazione dell’ambiente : pendenze del terreno), in inverno non servirà ma in estate sarà indispensabile intervenire.

Il metodo “a pioggia può andar bene su colture estese a ciclo lungo (es. mais e cereali in genere) ma va categoricamente escluso per gli ortaggi per non favorire l’insorgere delle “solite” malattie funginee. Le principali modalità “consentite sono essenzialmente tre; bagnare pianta per pianta con l’innaffiatoio (improponibile viste le dimensioni in progetto), ad infiltrazione laterale o con un’impianto a goccia. Essendo, la mia, una superficie piuttosto pianeggiante, oltre all’innaffiatoio per ovvi motivi, ho dovuto scartare la tecnica “a scorrimento ed infiltrazione laterale” (pur avendo a disposizione una buona riserva il rischio era di ridurre ad un’acquitrino alcune zone per riuscire a far arrivare l’acqua a quelle periferiche) per cui ho concentrato l’attenzione sul metodo a goccia.

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Individuati i punti di approvvigionamento (disegno sopra), costituiti dal laghetto e da un rubinetto collegato al pozzo, restano da affrontare un paio di problemi collegati tra loro. Il primo è fare in modo che l’acqua della riserva possa alimentare l’impianto in quanto il dislivello attuale è troppo poco per un’adeguata pressione, l’unica soluzione è prevedere un serbatoio di accumulo (di adeguato volume) più in alto, per “sollevare” l’acqua sarà quindi necessario dotarsi di una pompa adatta allo scopo (l’acqua piovana può essere preservata ma non è sicuramente sufficiente) che di tanto in tanto dovrà essere azionata per riempirlo; il secondo “dilemma” è costituito dall’impianto stesso, come fare arrivare l’acqua ovunque ci serva; la collocazione dei tubi preposti alla distribuzione ai vari impianti a goccia non potrà prescindere dalla “logistica” affrontata in precedenza (se li appoggio semplicemente a terra, per evitare di “triturarli“, dovrò toglierli ogni volta che uso falciaerba, motozappa o trattore), in questo caso le soluzioni sono due : interrarli in profondità in modo da non subire danni da una eventuale fresatura oppure porli ad una altezza tale da non costituire un’ingombro (qui il secondo problema si ricollega al primo, se li metto in alto dovrò alzare di conseguenza anche la quota del serbatoio).

La logica suggerisce di cercare un compromesso funzionale, la distribuzione tra un’aiuola e l’altra sarà affidata a tubi posti a circa 170/180 cm. dal piano di calpestio (non sono un “watusso” per cui basteranno comodamente) mentre quelli di alimentazione e che attraverseranno i passaggi più larghi saranno interrati a 30/40 cm. di profondità, di conseguenza il serbatoio di accumulo, sfruttando la seppur poca pendenza esistente e il principio dei vasi comunicanti, potrà essere posto ad una quota abbastanza “comoda” (circa 150/160 cm.) comunque sufficiente anche dal punto di vista della pressione. In alternativa sarà possibile sfruttare l’autoclave del pozzo che però non è più molto affidabile a causa del progressivo abbassarsi della falda acquifera (ultimamente resta spesso all’asciutto).

Valutata anche l’irrigazione non restano che le “note più dolenti“…. i parassiti!

La “carrellata” di immagini qui sopra non rappresenta che una piccola parte di quella “famelica” armata pronta a gettarsi a capofitto sulle nostre povere piante, da mettersi le mani fra i capelli ma…. lasciamo da parte “l’emotività” ed esaminiamo il problema (trovate qualcosa anche “qui“).

Ok, vado al consorzio e mi procuro un buon pesticida, problema risolto! Semplice no? e poi… chi se ne frega di tutti quegli insetti utili come coccinelle (ghiotte di acari) e api, voglio produrre ortaggi mica miele! Che vuoi che sia quel piccolo inquinamento del terreno e delle acque che causo col loro uso (moltiplicatelo per qualche centinaio di migliaia o milioni di volte e dovrebbe essere chiaro). Per me l’importante è non faticare e avere quanto più possibile “adesso”…

Vi siete stupiti? E’ solo uno “sfogo”, non troppo velato, che descrive quel che è stato ed è (per fortuna le cose stanno lentamente cambiando) il modo di ragionare sia dei grandi produttori che, aimè, della maggior parte degli  hobbisti “orticoltori” tradizionali. Qualcuno di voi si sentirà “offeso” ma non importa, quello che conta, e spero, e l’aver messo la famosa “pulce nell’orecchio” che faccia riflettere su un tema che sta assumendo ogni giorno più importanza per un futuro “sostenibile” ben più prossimo di quel che si può pensare.

Esistono anche prodotti decisamente meno “devastanti di quelli di sintesi, ad esempio il piretro (N.B.: piretro NON piretroidi, questi ultimi sono prodotti chimici, di naturale hanno ben poco) consentito in agricoltura biologica così come vari macerati e/o infusi di cui si trova parecchio in rete; dal mio punto di vista non ho nulla in contrario ai macerati e infusi, qualcosa in più ho da dire sul piretro; è un prodotto si naturale ma in grado di uccidere indistintamente moltissime specie di insetti (tra cui api e & co.) per cui non usatelo appena prima e durante le fioriture, evitate anche di “eccedere” con le dosi o la frequenza. Albert Einstein ha pronunciato alcune parole che, un secolo dopo, sanno di nefasta profezia, facciamo in modo che profezia restino.

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Dopo le “polemiche” torniamo a noi…

Il non-metodo ormai intrinseco nella mia personalità ha preferito un’approccio diverso dall’eliminazione sistematica, la scelta si è rivolta verso una protezione passiva (in parte anche attiva con “asportazione” manuale ma ci va tempo e tanta pazienza per cui, ok ma saltuariamente a piccole dosi). Considerando che la maggior parte dei parassiti si sposta per via aerea o sul suolo (per quelli che viaggiano sotto terra come talpe, arvicole, grillotalpa, ecc. ci sto ancora lavorando ma, per il momento, non ho trovato una soluzione “praticabile“) ho optato per “barriere fisiche” in grado di mantenere a debita distanza la maggior parte di essi; ne è nata la struttura “aliena” che potete vedere sotto.

La stessa è risultata in grado di far fronte alla maggior parte dei problemi gestionali descritti in quest’articolo. Per la descrizione dettagliata vi rimando a futuri post; sinteticamente si può dire che integra la logistica (dimensioni “calibrate” all’uso della motozappa), il controllo delle infestanti (telo per pacciamatura), l’irrigazione (impianto a goccia integrato) e ha funzione di barriera fisica contro i parassiti.

Nuovo ortosconvolto come sarà – parte 2ª – logistica

“Metabolizzate” le osservazioni iniziali di base (irraggiamento solare, venti dominanti, pendenze e gestione delle acque) e, dopo spremitura delle meningi, averle “messe su carta” (immagine sotto) possiamo passare a successive (e conseguenti) considerazioni. Se l’estensione del terreno che andremo a coltivare è medio-grande sarà necessario porre particolare attenzione alla “logistica” già in sede di progettazione. La forma e le dimensioni delle aiuole, dei passaggi e la loro disposizione sarà inevitabilmente influenzata anche dagli attrezzi o dai mezzi meccanici che andremo ad utilizzare; se uso solo attrezzi manuali e una carriola mi basterà fare in modo di “raggiungere” ogni punto senza calpestare le colture ma se mi avvalgo di una motozappa e un piccolo trattore (il caso in esame), oltre alla larghezza dei percorsi, dovrò prevedere anche delle aree di manovra sufficientemente ampie da non rischiare una “carneficina” delle povere piantine.

Indicazioni dall’osservazione

L’immagine riassume le osservazioni del territorio. Messe su carta (nel pc per comodità) assumono un loro senso d’insieme e forniscono buone indicazioni su come potrà essere il nostro orto e quali accorgimenti dovremo o potremo adottare per risparmiare “energie”. Cosa ci dicono ?

Partiamo dall’irraggiamento solare. Ortosconvolto 3.0 ha la sfacciata fortuna di non aver nulla davanti, nessun edificio o altro a sud che possa costituire un “ombroso” problema se non una trascurabile infrastruttura (torre per telecomunicazioni alta ma relativamente “sottile” ad ovest) e un paio di ininfluenti pali elettrici (talmente insignificanti che non li ho neppur disegnati). Come inizio quindi va più che bene.

Punto due, la conformazione del suolo. Nonostante sembri pianeggiante così non è, il punto più alto è a sud-ovest in prossimità dell’esistente riserva idrica (fortuna anche in questo caso, un problema in meno, anche se far parte del consorzio irriguo ha i suoi costi) mentre il più basso è a nord-est in prossimità della strada comunale con tanto di canale di scolo (“intubato” ma “sfondato” in un paio di punti proprio dove l’acqua va ad accumularsi per cui… sfruttiamo anche questo a nostro vantaggio, problema drenaggio acque in eccesso risolto!).

La direzione dei venti dominanti (considerando i più intensi e potenzialmente “distruttivi”) si attesta da nord-ovest, come detto in precedenza, nella mia zona, non rappresenta l’elemento più importante ma ho preso comunque in considerazione i più persistenti e forti che sono il “fohn (proveniente da nord, nord-ovest) e quelli generati dai temporali estivi (anch’essi, prevalentemente, provenienti da nord-ovest). A questo punto vediamo come porci al riparo e/o sfruttarli a nostro vantaggio; nel caso specifico si potrà ricorre a coltivazioni rampicanti (es. piselli in inverno/primavera e zucche in seguito) lungo l’esistente recinzione sul lato nord per attutire la violenza dei venti temporaleschi, le stesse colture seccheranno e “spariranno nei mesi autunno/invernali consentendo al fohn (caldo e secco) di interessare l’area riscaldando il terreno (in autunno e inverno le coltivazioni sono di “bassa statura” per cui il vento non creerà grossi problemi).

Sono osservazioni semplici ma importanti, messe su carta permettono di avere un quadro visivo completo e ben delineato a disposizione per eventuali variazioni o integrazioni in caso si manifestino problemi o errori (i “feedback” negativi in permacultura); le ore passate a disegnare sul pc torneranno sicuramente utili. Fatto ciò possiamo passare alla “logistica“.

Ortisconvolti_passaggi e bancali

ingombro dei mezzi

I ragionamenti che seguono hanno “partorito” la “follia” qui sopra… sarà necessario tornarci sopra…

Da dove partire ?… Semplice, metro alla mano andiamo a misurare i nostri mezzi (una motozappa e un trattorino nel mio caso); valutiamone gli ingombri globali (per il trattore consideriamo anche gli attrezzi che monteremo!) senza dimenticare la fascia” di terreno che sono in grado di lavorare e i margini di manovra necessari (dopo un po di “prove di guida” ho visto che una volta e mezza la loro lunghezza è sufficiente).

Con le misure in mano siamo ora in grado di calcolare le dimensioni dei passaggi principali, secondari, aiuole e aree di manovra. Nel caso di ortosconvolto 3.0 il progetto prevede un’area perimetrale variabile di circa quattro metri adibita a passaggio e manovra del trattore con due sentieri di circa due metri perpendicolari alla lunghezza dell’appezzamento, le aiuole e i passaggi secondari che partiranno da quest’ultimi avranno larghezza fissa di circa 80 cm. (la fascia d’intervento della motozappa è poco meno di 70 cm. per cui 80 non è ne troppo ne troppo poco e permetterà la lavorazione in un’unico passaggio); le aiuole avranno una lunghezza di circa 4/4,5 metri con la stessa distanza di 80 cm. tra loro salvo un corridoio più largo (1,5 mt.) ogni due o tre file (manovra motozappa e ulteriore spazio di transito, un po “bruciato“, a disposizione del trattore per trinciare le erbacce); con queste dimensioni nei passaggi secondari si potrà intervenire anche col solo falciaerba per mantenerli puliti senza creare, con la fresatura della motozappa, una “palude” fangosa in caso di piogge persistenti.

Per ciò che ho in mente di realizzare la disposizione risulterà a schema rettangolare (vedi immagine “folle“) con aiuole e passaggi allineati (asse est-ovest lungo il lato più lungo in virtù delle osservazioni permaculturali di cui sopra). Bancali rotondi o a spirale sarebbero risultati molto più gradevoli ma non funzionali all’utilizzo di trattore e/o motozappa (il fatto di essere praticamente da solo a lavorarli non mi ha lasciato altra scelta, un peccato, mi sarebbe piaciuto replicare la “spirale” dell’orto 1.0 ma “o così o niente!“).

 

riordinamento funzionale

Il calcolo degli accessi, sentieri e passaggi permetterebbe all’orto di avere oltre 250 bancali (da “suicidio“) oggettivamente impossibili da gestire se non con più persone a “tempo pieno” per cui facciamo una copia del disegno e cominciamo a ragionarci sopra (va bene essere “fuori di testa” ma non completamente “idioti” a tutto c’è un limite).

Prima domanda… In futuro, se va tutto bene, quale dovrebbe essere il numero di bancali? Per me circa un centinaio considerando di utilizzarne 4/5 (≈80) a stagione lasciandone 1/5 (≈20) a riposo secondo i principi della rotazione colturale; conseguentemente, con quanti iniziamo ?… 20/25 dovrebbe andar bene (facilmente gestibili con una adeguata progettazione).

Continuiamo con le domande, oltre ai classici ortaggi e verdure da orto cos’altro vorrei coltivare?… direi che l’elenco è lungo ma, inizialmente, mi limito a considerare, più che il tipo, lo “spazio che alcune specie, come patate, mais, zucche, ecc., richiederanno, includendo i loro cicli (piuttosto “lunghi“) e cercandogli una collocazione appropriata tenendo sempre presente che anch’esse dovranno “ruotare“. Volendo coltivare anche piante a ciclo “pluriennale“, come carciofi e asparagi, individuo fin da subito le zone da dedicargli (zona 2).

Proseguiamo. Tenendo a mente le future, possibili, “espansionicome organizzo le zone?… (se avete letto qualcosa sulla permacultura capirete subito a cosa mi riferisco) sarà necessario suddividere l’appezzamento in macro zone considerando la frequenza di visita di ognuna, ossia quante volte dovrò accedervi per lavorarci o raccogliere; da qui risulta palese che la zona dell’orto vero e proprio (zona 1) dovrà essere la più comoda da raggiungere mentre le colture a ciclo lungo (es. mais e patate), richiedendo una frequenza minore, potranno essere collocate più distante (zona 3).

Per evitare di fare “chilometri” ho previsto anche un nuovo punto di accesso “diretto” con dimensioni adeguate al passaggio della motozappa (il trattore lo si usa molto meno e non è necessario “spingerlo” per cui va bene un “giro” più largo).

Da questa serie di “cervellotici ragionamenti” la “cosa comincia a prendere una sua forma che dovrebbe essere abbastanza delineata (salvo imprevisti, variazioni e ripensamenti sempre possibili; sto praticamente progettando quasi “live” per cui nulla è scontato). Il risultato è quello dell’immagine sopra, come potete vedere finalmente comincia ad avere un suo senso.

Un’ultima domanda che mi sto facendo da un po, quella sotto… (se avete la risposta fatemela sapere, io non la trovo, grazie!)

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Nuovo ortosconvolto come sarà – parte 1ª – permacultura di base

Vista l’estensione e considerando che la gestione sarà praticamente unipersonale è indispensabile che ortosconvolto 3.0 abbia alla base una buona progettazione,compito non proprio semplice considerando il “non-metodo”  che verrà applicato. L’intento è quello di implementare il più possibile le varie tecniche cercando di ricavarne il meglio da ognuna contenendone i limiti. In considerazione di ciò lo “studio” partirà da alcuni principi di permacultura (non è un errore grammaticale, permacUltura significa anche “abbracciare una visione globale dell’ambiente e delle sue caratteristiche”, una vera e propria “cultura”).

DesignResource - Permaculture Design

permacultura una buona base di partenza

Confesso che i principi di osservazione dell’ambiente, progettazione, realizzazione e coltivazione in armonia con la natura mi affascinano parecchio, considero la permacultura la migliore soluzione ad oggi disponibile per un futuro di agricoltura veramente ecosostenibile, va da se che applicarla integralmente esige parecchio impegno ed ingenti risorse economiche ma è comunque interessante, vi consiglio di leggere di più in merito, potete partire da qui non credo ve ne pentirete.

In un orto di piccole o medie dimensioni, pur essendo possibile, non avrebbe un gran senso seguirne scrupolosamente le indicazioni è comunque possibile “estrapolarne” alcune come l’esposizione ai venti, l’irraggiamento solare, la conformazione del suolo e, per chi può, l’interazione con piccoli animali da cortile. Scarto subito quest’ultima almeno per ora, in un futuro più o meno prossimo potrei tornarci, dipenderà molto dall’evoluzione degli eventi. Prenderò in considerazione gli altri tre che considero “basilari“.

Per prima cosa è necessaria un’attenta osservazione del terreno predestinato (nel mio caso saranno circa 4000 mq. non son pochi, è indispensabile partire col piede giusto altrimenti la gestione sarà decisamente complicata), esposizione ai venti dominanti (nella mia zona la meno importante ma sempre utile), irraggiamento solare nelle varie stagioni (non è indispensabile l’analisi dell’intero diagramma solare, basta sapere dove sorge e tramonta e quali ombre potrebbe proiettare sopratutto nelle stagioni fredde quando è più basso sull’orizzonte), conformazione del suolo (anche se sembra perfettamente pianeggiante ogni appezzamento ha sempre la sua inclinazione e le sue irregolarità, meglio individuarle e cercare di sfruttarle al meglio).

Irraggiamento solare, esposizione venti, conformazione suolo

osservazione e progettazione

Lo scopo dell’osservazione e della progettazione è quello di ottenere i maggiori benefici possibili col minor sforzo possibile rispettando l’ecosistema esistente; è pacifico che qualche errore salterà sicuramente fuori, anche questo fa parte della permacultura, imparare dai “feedback” negativi traendone indicazione in modo che la soluzione porti a maggiori vantaggi.

Tornando a noi… l’irraggiamento solare è il parametro più importante, (se volete fare le cose in grande….  calcolo diagramma solare ) in base al percorso in cielo e alla presenza o meno di ostacoli (ombre) ci darà le prime indicazioni, dove sistemare le aiuole, con quale orientamento e cosa seminarci (ortaggi che richiedono più o meno luce) quindi armiamoci di carta e matita e cominciamo a disegnare la prima bozza del futuro orto, dico bozza perchè difficilmente sarà la versione definitiva, solo l’interazione con gli altri elementi, quali acqua e vento, potrà confermarla o meno (ricordiamo che stiamo cercando di risparmiare energie, sopratutto fisiche).

La conformazione del suolo è determinante per capire che strada prenderà e dove andrà a finire l’acqua piovana (i ristagni idrici non sono molto amati dalle piante a meno che non siano “di palude“). Individuato il “punto di raccolta” principale dove la maggior parte dell’acqua va ad accumularsi si ha la prima occasione di sfruttamento a proprio vantaggio, basta scavare un piccolo stagno e si avrà a disposizione una riserva per i periodi più secchi che, per piccola che sia, risulterà doppiamente utile sia per le irrigazioni che come zona microclimatica a se dove potrebbe anche svilupparsi un ecosistema naturale utile (pensate ad uno stagno popolato da rane e rospi, predatori naturali di lumache, limacce e molti altri insetti parassiti). Nel caso di terreni scoscesi o particolarmente irregolari lo stesso risultato si può ottenere indirizzando le acque tramite piccoli punti di accumulo (in permacultura chiamati “swales“) e canali di drenaggio.

I venti dominanti vanno presi in considerazione per proteggere il nostro orto quando soffiano con forza; risulta utile prevedere delle siepi abbastanza alte e fitte lungo i perimetri maggiormente esposti, le stesse possono anche essere composte da arbusti produttori di piccoli frutti come more, ribes o lamponi, da colture come mais o tapinambour o, ancora, da bambù (da non lasciar crescere e propagare troppo altrimenti colonizza l’intero orto) da cui si possono ricavare i sostegni per pomodori, fagioli, ecc. L’utilizzo di siepi perimetrali è anche utile per contenere “intrusioni” distruttive quali quelle di cinghiali e caprioli (scoraggiano anche “bipedi” diversamente intelligenti). In caso di orti di piccole dimensioni è consigliato utilizzare piante caduche che, perdendo le foglie in inverno col sole basso sull’orizzonte, non proietteranno ombre sulle aiuole.

Direi che, anche se con poche semplici “osservazioni”, abbiamo già parecchio su cui lavorare (ed è solo l’inizio), un po di rilassamento mentale “istruttivo e cognitivo” non potrà che far bene…

Sarà una questione personale ma mi affascina parecchio, è un sogno che per me resterà tale ma la speranza di in una sua diffusione “virale” in “barba” alle mega multinazionali agro-alimentari e agro-chimiche nessuno potrà mai togliermela… mi auguro sinceramente che sia la loro caporetto!

Il diritto di replica a chi la pensa diversamente.