Le origini – parte seconda… evoluzione di un non-metodo

Alla ricerca di un'identità.......

Estate 2013, l’orto, seppur piccolo, è pieno di vita, i raccolti si susseguono incessantemente e la passione cresce così come la voglia di espanderlo. Per quest’anno ormai è tardi ma non per il prossimo!

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Esperienza zero, le idee sono piuttosto distanti dal “convenzionale”, quasi tutto quello che è stato seminato e trapiantato è comunque riuscito a crescere in autonomia senza cure “invasive“, come fare ?, Quale strada intraprendere ?

La soluzione, internet, la rete è stracolma di informazioni basta cercare, leggere pazientemente e “filtrare” secondo le proprie idee ed aspirazioni. Dopo aver passato parecchie ore ad esaminare siti, blog e articoli vari scremando tutto quello che non andava a genio, fin da subito ho compreso che l’agricoltura convenzionale con suoi annessi e connessi (fitofarmaci, concimazioni chimiche, pesticidi, ecc…), non faceva per me, troppo irrispettosa dell’ambiente e della Terra, meglio qualcosa di “alternativo” ed eccomi alle prese con l’orto sinergico.

Si parte…….

Scarico e leggo “Agricoltura Sinergica – Le origini, l’esperienza, la pratica” di Emilia Hazelip trovandolo molto interessante e vicino al mio pensiero (col senno di poi ha i suoi limiti ma di questo parleremo prossimamente), in autunno l’orto sinergico 1.0 prende forma (rigorosamente a spirale) con buona pace di scettici e curiosi (domanda ricorrente del periodo : “cosa stai facendo?”, “chi ci hai messo li sotto?” – risposta : “l’ultimo che me l’ha chiesto”).

Cerco di seguire il più scrupolosamente possibile le indicazioni, dimensioni dei bancali, distanze fra di essi, impianto di irrigazione a goccia, paglia, ecc., con alcune “divagazioni” più consone al mio modo di essere e pensare. A fine anno, in pieno gelo,  i primi trapianti (fragole) e semine (aglio e cipolle), seguono fave, piselli e altri non appena la stagione lo consente, contemporaneamente una porzione della serra esistente viene adibita a semenzaio. Non pago del lavoro fatto e complice la lettura de “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka, la cui filosofia è ancor più votata verso l’agricoltura naturale, mi concedo anche un piccolo “laghetto” con funzione di raccolta e riserva idrica, attorno ad esso nascerà poi la carciofaia (partendo sempre da seme) della quale, pur con frutti decisamente “diversi” da quelli del supermercato (non so perchè ma quando vedo certe “dimensioni” e “perfezioni” degli ortaggi “standardizzati” mi viene da pensare all’antidoping, mah!..), vado piuttosto fiero, nessuno del vicinato ha mai osato tanto eppur funziona!

Tutto procede per i meglio fino alla tarda primavera (seguita dalla disastrosa estate 2014) quando si presentano i primi inconvenienti ma di questo parleremo la prossima volta.

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Le origini – parte prima… alba di un pensiero

Un po di storia.......

Tutto inizia a settembre 2012, la scomparsa di una persona cara ha innescato una serie di eventi che ha portato dapprima ad un cambiamento di pensiero e in seguito a scelte di vita più semplici e meno stressanti.

alba

Prima di allora era questa persona ad occuparsi dell’orto, il primo pensiero, complice un’attività che occupava e, seppur meno, occupa tuttora buona parte della giornata, fu quello di smantellare tutto trasformandolo in semplice prato facile da gestire e poco impegnativo, così è stato fino alla primavera successiva quando, dopo reiterate insistenze famigliari, ci si è ritrovati alle prese con la preparazione del terreno e con le prime semine e trapianti, poca roba ma determinante per una svolta di pensiero del tutto inattesa.

Il primo principio cardine della filosofia di coltivazione è stato fin dall’inizio “le piante se la devono cavare da sole” e così è stato ed è tuttora, nonostante la disapprovazione generalizzata da parte di buona parte di parenti, amici e vicini orticoltori di così detta “esperienza” la terra ha dato i suoi frutti anche oltre le migliori previsioni. Veder nascere e crescere una pianta porta a riflettere sul senso di una esistenza sempre di corsa che genera stress e non vita come un piccolo seme.

Da quel momento si sono fatte strada alcune scelte, anche non convenzionali, che hanno portato a rallentare i ritmi con la consapevolezza che ogni cosa ha i suoi tempi abbandonando definitivamente il “voglio tutto e subito” dei nostri tempi. Coltivare ha insegnato a saper attendere, ad accontentarsi di ciò che si ha e che ti viene donato dalla terra, a sentirsi rilassati nonostante ore passate a zappare, rastrellare, seminare o chi più ne ha più ne metta.