Programmazione – parte 1ª – i primi coloni

L’articolo che segue è “postumo”, la sua pubblicazione era prevista per ottobre ma….. fra un lavoro e l’altro…..(abbiate pazienza).

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Pensavate di rilassarvi, vero ? Non ce lo possiamo permettere, terminata la laboriosa progettazione e “imbastito” il futuro orto è ora di passare alla “programmazione” (altrettanto impegnativa). La bella stagione è finita e le sue colture stanno lentamente ma inesorabilmente terminando il loro ciclo, il raccolto sta diminuendo, gli ortaggi autunnali stanno prendendo il loro posto ma, anche se sembra presto, è già ora di programmare le semine in vista della prossima primavera cercando di sfruttare anche la “brutta stagione”. E’ vero, le piante in grado di sopravvivere all’inverno non sono molte ma neppure poche…

Partire per tempo prima che il tempo “voli“…

Programmare semine e trapianti a ottobre per i raccolti dell’anno sucessivo sembra eccessivo ma non è proprio così. Inanzitutto è necessario valutare la propria zona climatica, nel biellese (da noi)  l’autunno porta con se piogge copiose solitamente a cavallo fra fine ottobre e inizio novembre mentre a inizio dicembre si avrà già a che fare con le prime gelate. In ragione di ciò la “finestra” per semine e messa a dimora di quegli ortaggi che non temono il freddo (o lo esigono) è ridotta a 2/3 settimane passate le quali si “perde il treno” e bisognerà aspettare almeno fino a metà febbraio. Per alcune piante come, ad esempio, piselli e fave significherebbe solamente un ritardo di un mesetto nel raccolto ma per altri potrebbe significare scarsa produzione se non nulla (es. aglio e cipolle).

Volendo apllicare la tecnica della “rotazione colturale” è indispensabile aver ben presente cosa si mettera dove. Le varie aiuole dovranno riempirsi, svuotarsi e rempiersi nuovamente in tempi abbastanza certi. Un semplice ritardo di un mese dovuto ad una semina tardiva potrebbe compromettere il raccolto successivo per cui meglio partire per tempo.

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procedere “step by step

Il miglior modo per garantirsi un raccolto “buono” e vario esige un “sistema” che, passo dopo passo, faccia in modo di incastrare tutte le “tessere del puzzle“. Il primo passo è fare un alenco dettagliato di tutto ciò che si vuole coltivare, indipendentemente dal periodo di semina e/o raccolto, avendo l’accortezza di suddividere i vari ortaggi per famiglia in base al loro consumo di nutrienti (alto, medio, basso e colture da rinnovo come le leguminose); questo ci aiuterà parecchio nelle rotazioni. Il passo successivo sarà la divisione per periodo di semina e raccolto, il risultato di base dovrebbe essere simile a quello che trovate qui sotto e che potete scaricare in formato pdf a questo link.

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Guardiano “avanti” oltre il breve periodo

Noterete che le sucessioni presenti abbracciano molte stagioni (anni!), non sono impazzito… è “voluto“. L’intenzione è quella di avere a disposizione un’elenco pressochè “perpetuo che, pur essendo sempre suscettibile di variazioni o integrazioni, funga da “traccia“, una sorta di guida su cosa mettere “dopo” un determinato ortaggio (è possibile iniziare in un punto qualsiasi e, seguendo l’ordine, si eviterà di coltivare la stessa specie, o specie della stessa famiglia, in periodi troppo ravvicinati tra loro secondo i buoni principi della rotazione). Da notare la presenta di periodi di “riposo“, “concimazioni” e “colture da sovescio“; la loro funzione è molteplice ed importante per cui vale la pena di esaminarla in dettaglio.

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Un po di buon sano “riposo

Applicare i principi della rotazione colturale porta inevitabilmente a periodi “morti nei quali, finito il raccolto precedente, sarà possibile coltivare solo ortaggi di specie (o famiglie) già presenti in tempi relativamente recenti sullo stesso terreno (sopratutto in autunno ed inverno), ciò contravviene al nostro scopo principale che è, appunto, quello di evitarlo (possibili recrudescenze di malattie o parassitosi). Stando così le cose tanto vale “approfittarne lasciando quella determinata porzione di orto a “riposo” dando così un po di tempo alla natura di “riprendersi“, due, tre o quattro mesi possono non sembrare molti ma sono comunque importantissimi per la flora e la fauna microscopica. La porzione in “stand-by” puo essere lasciata così com’è, allo “stato brado“, oppure lavorata preventivamente (a fine raccolto) con una leggera fresatura, una sorta di “mini sovescio“, ciò dipenderà da cosa vi è stato coltivato, ad esempio se ci sono ancora delle carote tantovale lascierle li raccogliendole all’occorrenza, se, invece, abbiamo coltivato delle leguminose (es. fave) è più conveniente interrare la biomassa rimanente che migliorerà la qualità del terreno stesso favorendo ancor più la ripresa dell’attività microbica in esso presente.

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Una “botta di vita

Per la fertilità del terreno il “sovescio” ha un’importanza cruciale; prevedere colture da “interrare“, senza raccogliere nulla, puo sembrare uno spreco di tempo ed energie ma così non è. Fin dalla notte dei tempi l’importanza della “fertilizzazione” del terreno è ben conosciuta, il “maggese” consentiva, e consente,  il riposo e (mediante arature in sequenza, più profonda la prima, più superficiale l’ultima) la naturale “ripresa” di ottimi livelli di “vita” e “miniralizzazione” del terreno a tutto vantaggio delle sucessive semine; il sovescio è praticamente la stessa cosa “adattata” alle nostre esigenze di ortolani. Ogni tanto vale sicuramente la pena di seminare una coltura “sacrificale” (es. ravizzone, lupino o, nei climi più freddi, la veccia) che andrà interrata con una fresatura non troppo profonda subito dopo (poche ore) lo sfalcio o, meglio, la “trinciatura“. Per la maggior parte delle piante da sovescio il momento migliore è quello della fioritura al suo inizio ma va comunque bene anche in periodi diversi quando la “biomassa” che andrà ad arricchire il terreno sarà sufficiente. Il conseguente arricchimento di sostanze organiche e minerali favorirà lo sviluppo della microflora e microfauna ancor più di una buona concimazione riducendo di molto i tempi di attesa per le semine o coltivazioni sucessive (con la letamazione, sopratutto se “fresca“, bisogna attendere più mesi, con il sovescio bastano una decina di giorni o poco più).

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Per tipi “pretenziosi

Alcune famiglie come le “solanacee“, le “brassicacee” e le “cucurbitacee” (per intenderci… pomodori, melanzane per le prime, cavoli per le seconde, zucche e zucchine per le ultime) sono piuttosto “esigenti” e necessitano maggiormente di nutrienti rispetto ad altre per cui il modo migliore per assicurarci una produzione “ottima ed abbondante” è quello di fargli precedere, oltre ad una coltura da rinnovo come le leguminose, una buona “concimazione” organica che metterà loro a disposizione tutto quanto vorranno e necessiteranno. Viste le strette  “tempistiche” che caratterizzano il nostro lavoro di ortolani la scelta deve necessariamente cadere su concimi (assolutamente NON CHIMICI) in grado di cedere i loro nutrienti sin da subito ma per lunghi periodi (lenta cessione). Ideale è il “letame maturo” cosidetto “da orto” o, in mancanza, un buon stallatico “bio” (facilmente reperibile presso una floricoltura o un garden center). Personalmente utilizzo prevalentemente il secondo che, pur costando più del letame maturo, presenta maggiore facilità di stoccaggio e conservazione e, nella forma “pellettata“, cede molto gradatamente e a lungo i suoi nutrienti. Va da se che nulla vieta di aggiungere al letame o stallatico altri tipi di concime naturale in base a ciò che si ha a disposizione quali cenere di legna (amata in particolare da fagioli e patate) o compost (ottimo sempre).

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Mettiamo un po di “ordine”

Stabilite le “sucessioni” da seguire è ora di riordinare le idee e l’orto (precisazione… l’immagine sopra non è del mio orto, se fosse così non potrebbe mai chiamarsi “ortosconvolto“…); mantenere una traccia zona per zona, bancale per bancale e aiuola per aiuola diventa indispensabile (per buona memoria che si abbia ricordarsi tutto ciò che si è messo, quando e dove è impossibile), per fortuna, oltre alla sempre valida carta e matita, abbiamo, ai giorni nostri, la tecnologia che ci viene in aiuto. La prima cosa da fare è suddividere l’area interessata in “zone” e, se estesa, in sottozone fino al singolo bancale o aiuola annotando scrupolosamente ogni “dato” necessario per non “perdersi” già dalla stagione sucessiva (cosa si è seminato, quando, dove, ecc..). Avendo a che fare con un’area di elevate dimensioni ho scelto di identificare ogni singola zona e bancale con sequenze alfanumerica univoche (scusate i paroloni ma non mi veniva in mente altro) abbinando ad ognuna di esse un foglio (elettronico per praticità) su cui sono, e saranno, riportate le attività basilari svolte, un esempio lo trovate nell’immagine qui sotto (rapprersentando la situazione iniziale c’è ben poco di scritto, si riempirà col tempo); per chi fosse interessa a questo link è possibile scaricare il foglio “vergine” in pdf.

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Segui il “filo

Come si puo vedere dall’immagine, seguendo le linee colorate, s’intuisce abbastanza agevolmente quale potrà essere la sucessione migliore tra le colture. La tabella si sviluppa verticalmente “per righe”  per cui si puo partire da una riga qualunque scendendo sucessivamente “a cascata” ad esempio dalle leguminose cui seguiranno solanacee o cucurbitacee o brassicaccee a cui, a loro volta, succederanno ortaggi di una delle famiglie della riga sucessiva e così via fino al riposo o sovescio per reiniziare poi dalle leguminose “miglioratrici” del terreno. E’ sicuramente migliorabile ed implementabile ma è comunque un buon punto di partenza.

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Ortosconvolto 3.0 in pratica – parte 1ª – Operazioni preliminari

Superata la fase “teorica” è ora di passare alla pratica. Considerando che l’orto prenderà forma su un terreno non recentemente coltivato la prima cosa da fare sarà liberarlo dalle erbacce. Essendo ormai l’autunno alle porte sarà inutile “tracciare” e predisporre ogni singola aiuola, meglio farlo in seguito, a fine inverno in vista della bella stagione, per il momento è sufficiente una suddivisione “di massima” in macro zone (zona 1 orto, zona 2 colture pluriennali, zona 3 colture annuali a ciclo lungo). Con l’intento di aumentare la “biomassa”, la quasi totalità dell’area verrà seminata con una coltura da “sovescio” in grado di resistere all’inverno e destinata ad essere falciata ed interrata in primavera.

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Terminata la “laboriosa” progettazione che ha cercato di ottimizzare al meglio le caratteristiche fisiche e la gestione del futuro orto è ora necessario passare alla pratica; l’approssimarsi dell’autunno fa di questo periodo il più adatto dell’anno per assicurarsi la migliore salute possibile del suolo in vista delle semine e trapianti primaverili che ci regaleranno i tanti agognati raccolti.

Non essendo stato coltivato nell’ultimo anno (questo è anche un bene) il terreno è stato completamente ricoperto dalle erbe spontanee (tra cui camomilla prontamente raccolta) e, in vista della futura destinazione, necessita di una prima “toelettatura. Il protrarsi dell’assenza di precipitazioni della stagione non permette, a causa della compattezza del suolo, una “fresatura” diretta ma necessita di due distinti passaggi con un’occhio al meteo; le previste piogge di metà settembre (p.s. puntualmente verificatesi, foto sopra) suggeriscono di intervenire con una “trinciatura” uno o due giorni prima del loro arrivo e, non appena il terreno sarà “in tempera, procedere con la fresatura (p.s. fatta anche questa, foto sotto) interrando il tutto a mo’ di “sovescio” aumentando al contempo, seppur di poco, la biomassa (cosa sempre “buona“).

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Considerando che la primavera è ancora distante risulta inutile, al momento, dedicarsi alla tracciatura di tutte le aiuole, basterà una suddivisione di massima delle varie zone. Come risultato dei precedenti ragionamenti la zona più facile da raggiungere dovrà essere quella dedicata all’orto vero e proprio (zona 1); per la futura stagione sono previste circa 20 aiuole (zona 1.1) ma, vista l’intenzione di espandere le coltivazioni, sarà necessario delimitare anche le future porzioni interessate (da zona 1.2 a 1.5) permettendo così uno sviluppo “coerente” con le intenzioni progettuali; sistemata la prima si puo procedere col tracciamento approssimativo delle zone 2 e 3.

Prevedendo, in attesa di tempi migliori, una semina autunnale a tutto campo di una coltura da sovescio, il modo migliore per delimitare le varie aree è risultato quello di collocare nei loro vertici paletti abbastanza alti da essere ben visibili e, contemporaneamente, non d’intralcio alle prossime lavorazioni coi “mezzi pesanti” (non ho ancora tracciato per cui rimetto l’immagine del progetto, appena lo farò aggiungerò la foto).

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La prima parte è tracciata e pronta ad accogliere le nuove aiuole

Delimitate le varie macro aree non resterebbe che attendere ma, visto che il tempo c’è, tanto vale cercare di migliorare la fertilità del suolo nel modo più naturale possibile. Avendo a disposizione una cospicua quantità di semi (per la verità piuttosto datati ma, “teoricamente“, con una germinabilità ancora attorno al 40/50%) di “ravizzone”  ne approfittiamo con una semina a spaglio a tutto campo ottenendo anche un’altro vantaggio, il primo raccolto (marzo); le sue infiorescenze, colte prima di sbocciare, sono commestibili e buone a tal punto che, col loro sapore più “dolce” rispetto alle originali, le preferiamo di gran lunga alle “cime di rapa” vere e proprie (le consumiamo regolarmente da anni come condimento delle “orecchiette” conservandole surgelate per tutto l’anno).

A fine inverno/inizio primavera il ravizzone fiorirà in un’esplosione di giallo fornendo nutrimento per moltissimi insetti al loro risveglio dopo il rigido inverno, in particolare è molto apprezzato dalle colonie di api che così potranno “rafforzarsi” e svolgere al meglio il loro preziosissimo lavoro nei mesi a seguire. In prossimità del termine della fioritura la pianta verrà falciata ed interrata col sovescio apportando una cospicua quantità di biomassa e azoto che sarà graditissimo alle successive colture.

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Nuovo ortosconvolto come sarà – parte 3ª – gestione

Rieccoci qui, pensavate che la progettazione fosse terminata…. non è così, le “meningi” andranno spremute ancora un po.  Dopo aver esaminato gli elementi naturali, la logistica degli ingombri e aver dato un “senso” al tutto resta da valutare la praticità di gestione del terreno. Abbiamo già visto come la disposizione e la forma di aiuole e aree coltivate siano state dettate in buona parte dai mezzi che andremo ad utilizzare ora sarà necessario porre attenzione a tutti quei problemi ed inconvenienti “pratici” che dovremo affrontare quando l’orto verrà avviato o sarà in produzione (avete presente ?… malattie, erbacce, lumache, parassiti, irrigazione, ecc.).

Andando per gradi….

Le malattie più comuni, perlopiù di origine funginea quali peronospora e oidio, colpiscono e colpiranno sistematicamente anno dopo anno le nostre colture; chi mi segue sa già come la penso, (se non lo sapete o non ricordate leggete qui) per cui il futuro orto non prevederà accorgimenti particolari se non il principio della “rotazione colturale” e la messa a dimora di un maggior numero di piante rispetto a quanto ritenuto necessario ( se, per il raccolto che mi attendo, serviranno 20 piante di pomodoro ne pianto 25/30 per sicurezza così nel caso qualcuna non ce la faccia la produzione sarà comunque pari o, nella maggioranza dei casi, superiore all’atteso).

Infestanti, problema non indifferente, il più impegnativo e “fastidioso. Intendiamoci, la presenza di erbe spontanee non è del tutto negativa, attirano su di se i parassiti, mantengono l’umidità del suolo, evitano l’erosione in terreni scoscesi, decomponendosi  producono “fertilità” (humus), favoriscono il prosperare della microflora e della microfauna e, in molti casi, sono anche “commestibili” (nel caso di ortosconvolto 3.0 la camomilla, tanto per citarne una); il lato negativo è che sottraggono nutrienti e luce a ciò che coltiviamo. Da queste considerazioni si deduce che vanno “contenute” la dove possono danneggiare le colture (nelle aiuole) e “mantenute sotto controllo” ma non “eliminate del tutto” la dove i vantaggi superano gli svantaggi (nei passaggi). Avete presente quei bellissimi e ordinatissimi orti e interi campi dove non cresce un filo d’erba e il colore dominante è il “marrone bruciato” di un terreno riarso dal sole e praticamente “sterile” ?… be, dimenticatevelo, per quello c’è l’agricoltura convenzionale con i suoi diserbanti e pesticidi (da “brivido“).

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La soluzione si ricollega al discorso sulla pacciamatura e sulla logistica.

Il compito del contenimento delle infestanti nelle aiuole verrà affidato alla pacciamatura (vedremo in seguito con quali materiali) che ne impedirà la crescita incontrollata (dover togliere le erbacce a mano non è il “massimo della vita“) mantenendo l’umidità del terreno e limitando, conseguentemente, anche le irrigazioni; la crescita delle erbe spontanee sarà “concessa” nei vari passaggi; lungo i più stretti (tra i bancali/aiuole) saranno falciaerba e, se il terreno si sarà compattato troppo, motozappa a mantenerle sotto controllo (logistica : aiuole e passaggi dimensionati in maniera tale che un unico passaggio sarà sufficiente a “ricondurle” ad una altezza consona o ad eliminarle con una sorta di sovescio); nei passaggi più ampi e nei campi più estesi (zona 3) sarà il trattore a svolgere il compito con trinciatrice o fresatrice a seconda della necessità.

pacciamatura

L’irrigazione ha la sua bella importanza, le precipitazioni naturali possono assolvere al compito solo limitatamente ad alcuni periodi dell’anno; in autunno e in primavera (periodi notoriamente “piovosi“) saranno più che sufficienti se non addirittura eccessive dal dover essere drenate (osservazione dell’ambiente : pendenze del terreno), in inverno non servirà ma in estate sarà indispensabile intervenire.

Il metodo “a pioggia può andar bene su colture estese a ciclo lungo (es. mais e cereali in genere) ma va categoricamente escluso per gli ortaggi per non favorire l’insorgere delle “solite” malattie funginee. Le principali modalità “consentite sono essenzialmente tre; bagnare pianta per pianta con l’innaffiatoio (improponibile viste le dimensioni in progetto), ad infiltrazione laterale o con un’impianto a goccia. Essendo, la mia, una superficie piuttosto pianeggiante, oltre all’innaffiatoio per ovvi motivi, ho dovuto scartare la tecnica “a scorrimento ed infiltrazione laterale” (pur avendo a disposizione una buona riserva il rischio era di ridurre ad un’acquitrino alcune zone per riuscire a far arrivare l’acqua a quelle periferiche) per cui ho concentrato l’attenzione sul metodo a goccia.

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Individuati i punti di approvvigionamento (disegno sopra), costituiti dal laghetto e da un rubinetto collegato al pozzo, restano da affrontare un paio di problemi collegati tra loro. Il primo è fare in modo che l’acqua della riserva possa alimentare l’impianto in quanto il dislivello attuale è troppo poco per un’adeguata pressione, l’unica soluzione è prevedere un serbatoio di accumulo (di adeguato volume) più in alto, per “sollevare” l’acqua sarà quindi necessario dotarsi di una pompa adatta allo scopo (l’acqua piovana può essere preservata ma non è sicuramente sufficiente) che di tanto in tanto dovrà essere azionata per riempirlo; il secondo “dilemma” è costituito dall’impianto stesso, come fare arrivare l’acqua ovunque ci serva; la collocazione dei tubi preposti alla distribuzione ai vari impianti a goccia non potrà prescindere dalla “logistica” affrontata in precedenza (se li appoggio semplicemente a terra, per evitare di “triturarli“, dovrò toglierli ogni volta che uso falciaerba, motozappa o trattore), in questo caso le soluzioni sono due : interrarli in profondità in modo da non subire danni da una eventuale fresatura oppure porli ad una altezza tale da non costituire un’ingombro (qui il secondo problema si ricollega al primo, se li metto in alto dovrò alzare di conseguenza anche la quota del serbatoio).

La logica suggerisce di cercare un compromesso funzionale, la distribuzione tra un’aiuola e l’altra sarà affidata a tubi posti a circa 170/180 cm. dal piano di calpestio (non sono un “watusso” per cui basteranno comodamente) mentre quelli di alimentazione e che attraverseranno i passaggi più larghi saranno interrati a 30/40 cm. di profondità, di conseguenza il serbatoio di accumulo, sfruttando la seppur poca pendenza esistente e il principio dei vasi comunicanti, potrà essere posto ad una quota abbastanza “comoda” (circa 150/160 cm.) comunque sufficiente anche dal punto di vista della pressione. In alternativa sarà possibile sfruttare l’autoclave del pozzo che però non è più molto affidabile a causa del progressivo abbassarsi della falda acquifera (ultimamente resta spesso all’asciutto).

Valutata anche l’irrigazione non restano che le “note più dolenti“…. i parassiti!

La “carrellata” di immagini qui sopra non rappresenta che una piccola parte di quella “famelica” armata pronta a gettarsi a capofitto sulle nostre povere piante, da mettersi le mani fra i capelli ma…. lasciamo da parte “l’emotività” ed esaminiamo il problema (trovate qualcosa anche “qui“).

Ok, vado al consorzio e mi procuro un buon pesticida, problema risolto! Semplice no? e poi… chi se ne frega di tutti quegli insetti utili come coccinelle (ghiotte di acari) e api, voglio produrre ortaggi mica miele! Che vuoi che sia quel piccolo inquinamento del terreno e delle acque che causo col loro uso (moltiplicatelo per qualche centinaio di migliaia o milioni di volte e dovrebbe essere chiaro). Per me l’importante è non faticare e avere quanto più possibile “adesso”…

Vi siete stupiti? E’ solo uno “sfogo”, non troppo velato, che descrive quel che è stato ed è (per fortuna le cose stanno lentamente cambiando) il modo di ragionare sia dei grandi produttori che, aimè, della maggior parte degli  hobbisti “orticoltori” tradizionali. Qualcuno di voi si sentirà “offeso” ma non importa, quello che conta, e spero, e l’aver messo la famosa “pulce nell’orecchio” che faccia riflettere su un tema che sta assumendo ogni giorno più importanza per un futuro “sostenibile” ben più prossimo di quel che si può pensare.

Esistono anche prodotti decisamente meno “devastanti di quelli di sintesi, ad esempio il piretro (N.B.: piretro NON piretroidi, questi ultimi sono prodotti chimici, di naturale hanno ben poco) consentito in agricoltura biologica così come vari macerati e/o infusi di cui si trova parecchio in rete; dal mio punto di vista non ho nulla in contrario ai macerati e infusi, qualcosa in più ho da dire sul piretro; è un prodotto si naturale ma in grado di uccidere indistintamente moltissime specie di insetti (tra cui api e & co.) per cui non usatelo appena prima e durante le fioriture, evitate anche di “eccedere” con le dosi o la frequenza. Albert Einstein ha pronunciato alcune parole che, un secolo dopo, sanno di nefasta profezia, facciamo in modo che profezia restino.

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Dopo le “polemiche” torniamo a noi…

Il non-metodo ormai intrinseco nella mia personalità ha preferito un’approccio diverso dall’eliminazione sistematica, la scelta si è rivolta verso una protezione passiva (in parte anche attiva con “asportazione” manuale ma ci va tempo e tanta pazienza per cui, ok ma saltuariamente a piccole dosi). Considerando che la maggior parte dei parassiti si sposta per via aerea o sul suolo (per quelli che viaggiano sotto terra come talpe, arvicole, grillotalpa, ecc. ci sto ancora lavorando ma, per il momento, non ho trovato una soluzione “praticabile“) ho optato per “barriere fisiche” in grado di mantenere a debita distanza la maggior parte di essi; ne è nata la struttura “aliena” che potete vedere sotto.

La stessa è risultata in grado di far fronte alla maggior parte dei problemi gestionali descritti in quest’articolo. Per la descrizione dettagliata vi rimando a futuri post; sinteticamente si può dire che integra la logistica (dimensioni “calibrate” all’uso della motozappa), il controllo delle infestanti (telo per pacciamatura), l’irrigazione (impianto a goccia integrato) e ha funzione di barriera fisica contro i parassiti.

Nuovo ortosconvolto come sarà – parte 2ª – logistica

“Metabolizzate” le osservazioni iniziali di base (irraggiamento solare, venti dominanti, pendenze e gestione delle acque) e, dopo spremitura delle meningi, averle “messe su carta” (immagine sotto) possiamo passare a successive (e conseguenti) considerazioni. Se l’estensione del terreno che andremo a coltivare è medio-grande sarà necessario porre particolare attenzione alla “logistica” già in sede di progettazione. La forma e le dimensioni delle aiuole, dei passaggi e la loro disposizione sarà inevitabilmente influenzata anche dagli attrezzi o dai mezzi meccanici che andremo ad utilizzare; se uso solo attrezzi manuali e una carriola mi basterà fare in modo di “raggiungere” ogni punto senza calpestare le colture ma se mi avvalgo di una motozappa e un piccolo trattore (il caso in esame), oltre alla larghezza dei percorsi, dovrò prevedere anche delle aree di manovra sufficientemente ampie da non rischiare una “carneficina” delle povere piantine.

Indicazioni dall’osservazione

L’immagine riassume le osservazioni del territorio. Messe su carta (nel pc per comodità) assumono un loro senso d’insieme e forniscono buone indicazioni su come potrà essere il nostro orto e quali accorgimenti dovremo o potremo adottare per risparmiare “energie”. Cosa ci dicono ?

Partiamo dall’irraggiamento solare. Ortosconvolto 3.0 ha la sfacciata fortuna di non aver nulla davanti, nessun edificio o altro a sud che possa costituire un “ombroso” problema se non una trascurabile infrastruttura (torre per telecomunicazioni alta ma relativamente “sottile” ad ovest) e un paio di ininfluenti pali elettrici (talmente insignificanti che non li ho neppur disegnati). Come inizio quindi va più che bene.

Punto due, la conformazione del suolo. Nonostante sembri pianeggiante così non è, il punto più alto è a sud-ovest in prossimità dell’esistente riserva idrica (fortuna anche in questo caso, un problema in meno, anche se far parte del consorzio irriguo ha i suoi costi) mentre il più basso è a nord-est in prossimità della strada comunale con tanto di canale di scolo (“intubato” ma “sfondato” in un paio di punti proprio dove l’acqua va ad accumularsi per cui… sfruttiamo anche questo a nostro vantaggio, problema drenaggio acque in eccesso risolto!).

La direzione dei venti dominanti (considerando i più intensi e potenzialmente “distruttivi”) si attesta da nord-ovest, come detto in precedenza, nella mia zona, non rappresenta l’elemento più importante ma ho preso comunque in considerazione i più persistenti e forti che sono il “fohn (proveniente da nord, nord-ovest) e quelli generati dai temporali estivi (anch’essi, prevalentemente, provenienti da nord-ovest). A questo punto vediamo come porci al riparo e/o sfruttarli a nostro vantaggio; nel caso specifico si potrà ricorre a coltivazioni rampicanti (es. piselli in inverno/primavera e zucche in seguito) lungo l’esistente recinzione sul lato nord per attutire la violenza dei venti temporaleschi, le stesse colture seccheranno e “spariranno nei mesi autunno/invernali consentendo al fohn (caldo e secco) di interessare l’area riscaldando il terreno (in autunno e inverno le coltivazioni sono di “bassa statura” per cui il vento non creerà grossi problemi).

Sono osservazioni semplici ma importanti, messe su carta permettono di avere un quadro visivo completo e ben delineato a disposizione per eventuali variazioni o integrazioni in caso si manifestino problemi o errori (i “feedback” negativi in permacultura); le ore passate a disegnare sul pc torneranno sicuramente utili. Fatto ciò possiamo passare alla “logistica“.

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ingombro dei mezzi

I ragionamenti che seguono hanno “partorito” la “follia” qui sopra… sarà necessario tornarci sopra…

Da dove partire ?… Semplice, metro alla mano andiamo a misurare i nostri mezzi (una motozappa e un trattorino nel mio caso); valutiamone gli ingombri globali (per il trattore consideriamo anche gli attrezzi che monteremo!) senza dimenticare la fascia” di terreno che sono in grado di lavorare e i margini di manovra necessari (dopo un po di “prove di guida” ho visto che una volta e mezza la loro lunghezza è sufficiente).

Con le misure in mano siamo ora in grado di calcolare le dimensioni dei passaggi principali, secondari, aiuole e aree di manovra. Nel caso di ortosconvolto 3.0 il progetto prevede un’area perimetrale variabile di circa quattro metri adibita a passaggio e manovra del trattore con due sentieri di circa due metri perpendicolari alla lunghezza dell’appezzamento, le aiuole e i passaggi secondari che partiranno da quest’ultimi avranno larghezza fissa di circa 80 cm. (la fascia d’intervento della motozappa è poco meno di 70 cm. per cui 80 non è ne troppo ne troppo poco e permetterà la lavorazione in un’unico passaggio); le aiuole avranno una lunghezza di circa 4/4,5 metri con la stessa distanza di 80 cm. tra loro salvo un corridoio più largo (1,5 mt.) ogni due o tre file (manovra motozappa e ulteriore spazio di transito, un po “bruciato“, a disposizione del trattore per trinciare le erbacce); con queste dimensioni nei passaggi secondari si potrà intervenire anche col solo falciaerba per mantenerli puliti senza creare, con la fresatura della motozappa, una “palude” fangosa in caso di piogge persistenti.

Per ciò che ho in mente di realizzare la disposizione risulterà a schema rettangolare (vedi immagine “folle“) con aiuole e passaggi allineati (asse est-ovest lungo il lato più lungo in virtù delle osservazioni permaculturali di cui sopra). Bancali rotondi o a spirale sarebbero risultati molto più gradevoli ma non funzionali all’utilizzo di trattore e/o motozappa (il fatto di essere praticamente da solo a lavorarli non mi ha lasciato altra scelta, un peccato, mi sarebbe piaciuto replicare la “spirale” dell’orto 1.0 ma “o così o niente!“).

 

riordinamento funzionale

Il calcolo degli accessi, sentieri e passaggi permetterebbe all’orto di avere oltre 250 bancali (da “suicidio“) oggettivamente impossibili da gestire se non con più persone a “tempo pieno” per cui facciamo una copia del disegno e cominciamo a ragionarci sopra (va bene essere “fuori di testa” ma non completamente “idioti” a tutto c’è un limite).

Prima domanda… In futuro, se va tutto bene, quale dovrebbe essere il numero di bancali? Per me circa un centinaio considerando di utilizzarne 4/5 (≈80) a stagione lasciandone 1/5 (≈20) a riposo secondo i principi della rotazione colturale; conseguentemente, con quanti iniziamo ?… 20/25 dovrebbe andar bene (facilmente gestibili con una adeguata progettazione).

Continuiamo con le domande, oltre ai classici ortaggi e verdure da orto cos’altro vorrei coltivare?… direi che l’elenco è lungo ma, inizialmente, mi limito a considerare, più che il tipo, lo “spazio che alcune specie, come patate, mais, zucche, ecc., richiederanno, includendo i loro cicli (piuttosto “lunghi“) e cercandogli una collocazione appropriata tenendo sempre presente che anch’esse dovranno “ruotare“. Volendo coltivare anche piante a ciclo “pluriennale“, come carciofi e asparagi, individuo fin da subito le zone da dedicargli (zona 2).

Proseguiamo. Tenendo a mente le future, possibili, “espansionicome organizzo le zone?… (se avete letto qualcosa sulla permacultura capirete subito a cosa mi riferisco) sarà necessario suddividere l’appezzamento in macro zone considerando la frequenza di visita di ognuna, ossia quante volte dovrò accedervi per lavorarci o raccogliere; da qui risulta palese che la zona dell’orto vero e proprio (zona 1) dovrà essere la più comoda da raggiungere mentre le colture a ciclo lungo (es. mais e patate), richiedendo una frequenza minore, potranno essere collocate più distante (zona 3).

Per evitare di fare “chilometri” ho previsto anche un nuovo punto di accesso “diretto” con dimensioni adeguate al passaggio della motozappa (il trattore lo si usa molto meno e non è necessario “spingerlo” per cui va bene un “giro” più largo).

Da questa serie di “cervellotici ragionamenti” la “cosa comincia a prendere una sua forma che dovrebbe essere abbastanza delineata (salvo imprevisti, variazioni e ripensamenti sempre possibili; sto praticamente progettando quasi “live” per cui nulla è scontato). Il risultato è quello dell’immagine sopra, come potete vedere finalmente comincia ad avere un suo senso.

Un’ultima domanda che mi sto facendo da un po, quella sotto… (se avete la risposta fatemela sapere, io non la trovo, grazie!)

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Nuovo ortosconvolto come sarà – parte 1ª – permacultura di base

Vista l’estensione e considerando che la gestione sarà praticamente unipersonale è indispensabile che ortosconvolto 3.0 abbia alla base una buona progettazione,compito non proprio semplice considerando il “non-metodo”  che verrà applicato. L’intento è quello di implementare il più possibile le varie tecniche cercando di ricavarne il meglio da ognuna contenendone i limiti. In considerazione di ciò lo “studio” partirà da alcuni principi di permacultura (non è un errore grammaticale, permacUltura significa anche “abbracciare una visione globale dell’ambiente e delle sue caratteristiche”, una vera e propria “cultura”).

DesignResource - Permaculture Design

permacultura una buona base di partenza

Confesso che i principi di osservazione dell’ambiente, progettazione, realizzazione e coltivazione in armonia con la natura mi affascinano parecchio, considero la permacultura la migliore soluzione ad oggi disponibile per un futuro di agricoltura veramente ecosostenibile, va da se che applicarla integralmente esige parecchio impegno ed ingenti risorse economiche ma è comunque interessante, vi consiglio di leggere di più in merito, potete partire da qui non credo ve ne pentirete.

In un orto di piccole o medie dimensioni, pur essendo possibile, non avrebbe un gran senso seguirne scrupolosamente le indicazioni è comunque possibile “estrapolarne” alcune come l’esposizione ai venti, l’irraggiamento solare, la conformazione del suolo e, per chi può, l’interazione con piccoli animali da cortile. Scarto subito quest’ultima almeno per ora, in un futuro più o meno prossimo potrei tornarci, dipenderà molto dall’evoluzione degli eventi. Prenderò in considerazione gli altri tre che considero “basilari“.

Per prima cosa è necessaria un’attenta osservazione del terreno predestinato (nel mio caso saranno circa 4000 mq. non son pochi, è indispensabile partire col piede giusto altrimenti la gestione sarà decisamente complicata), esposizione ai venti dominanti (nella mia zona la meno importante ma sempre utile), irraggiamento solare nelle varie stagioni (non è indispensabile l’analisi dell’intero diagramma solare, basta sapere dove sorge e tramonta e quali ombre potrebbe proiettare sopratutto nelle stagioni fredde quando è più basso sull’orizzonte), conformazione del suolo (anche se sembra perfettamente pianeggiante ogni appezzamento ha sempre la sua inclinazione e le sue irregolarità, meglio individuarle e cercare di sfruttarle al meglio).

Irraggiamento solare, esposizione venti, conformazione suolo

osservazione e progettazione

Lo scopo dell’osservazione e della progettazione è quello di ottenere i maggiori benefici possibili col minor sforzo possibile rispettando l’ecosistema esistente; è pacifico che qualche errore salterà sicuramente fuori, anche questo fa parte della permacultura, imparare dai “feedback” negativi traendone indicazione in modo che la soluzione porti a maggiori vantaggi.

Tornando a noi… l’irraggiamento solare è il parametro più importante, (se volete fare le cose in grande….  calcolo diagramma solare ) in base al percorso in cielo e alla presenza o meno di ostacoli (ombre) ci darà le prime indicazioni, dove sistemare le aiuole, con quale orientamento e cosa seminarci (ortaggi che richiedono più o meno luce) quindi armiamoci di carta e matita e cominciamo a disegnare la prima bozza del futuro orto, dico bozza perchè difficilmente sarà la versione definitiva, solo l’interazione con gli altri elementi, quali acqua e vento, potrà confermarla o meno (ricordiamo che stiamo cercando di risparmiare energie, sopratutto fisiche).

La conformazione del suolo è determinante per capire che strada prenderà e dove andrà a finire l’acqua piovana (i ristagni idrici non sono molto amati dalle piante a meno che non siano “di palude“). Individuato il “punto di raccolta” principale dove la maggior parte dell’acqua va ad accumularsi si ha la prima occasione di sfruttamento a proprio vantaggio, basta scavare un piccolo stagno e si avrà a disposizione una riserva per i periodi più secchi che, per piccola che sia, risulterà doppiamente utile sia per le irrigazioni che come zona microclimatica a se dove potrebbe anche svilupparsi un ecosistema naturale utile (pensate ad uno stagno popolato da rane e rospi, predatori naturali di lumache, limacce e molti altri insetti parassiti). Nel caso di terreni scoscesi o particolarmente irregolari lo stesso risultato si può ottenere indirizzando le acque tramite piccoli punti di accumulo (in permacultura chiamati “swales“) e canali di drenaggio.

I venti dominanti vanno presi in considerazione per proteggere il nostro orto quando soffiano con forza; risulta utile prevedere delle siepi abbastanza alte e fitte lungo i perimetri maggiormente esposti, le stesse possono anche essere composte da arbusti produttori di piccoli frutti come more, ribes o lamponi, da colture come mais o tapinambour o, ancora, da bambù (da non lasciar crescere e propagare troppo altrimenti colonizza l’intero orto) da cui si possono ricavare i sostegni per pomodori, fagioli, ecc. L’utilizzo di siepi perimetrali è anche utile per contenere “intrusioni” distruttive quali quelle di cinghiali e caprioli (scoraggiano anche “bipedi” diversamente intelligenti). In caso di orti di piccole dimensioni è consigliato utilizzare piante caduche che, perdendo le foglie in inverno col sole basso sull’orizzonte, non proietteranno ombre sulle aiuole.

Direi che, anche se con poche semplici “osservazioni”, abbiamo già parecchio su cui lavorare (ed è solo l’inizio), un po di rilassamento mentale “istruttivo e cognitivo” non potrà che far bene…

Sarà una questione personale ma mi affascina parecchio, è un sogno che per me resterà tale ma la speranza di in una sua diffusione “virale” in “barba” alle mega multinazionali agro-alimentari e agro-chimiche nessuno potrà mai togliermela… mi auguro sinceramente che sia la loro caporetto!

Il diritto di replica a chi la pensa diversamente.

Malattie comuni e non – 2ª parte altri accorgimenti

Che il metoto del non-intervento, con pochi semplici accorgimenti, non sia da scartare a priori è per me un dato di fatto, ciò non toglie che si possano adottare altre precauzioni con una strategia a più ampio raggio in grado di ridurre ulteriormente le “perdite fisiologiche”; per raggiungere tale scopo si potrà (dico “si potrà” perchè fino ad ora confesso di averle applicate solo parzialmente) implementarle con alcune altre tecniche colturali.

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le consociazioni e le piante “parafulmine

Un primo metodo in grado di migliorare sia la salute che la produzione e la qualità dei raccolti è quello delle consociazioni. L’immagine sopra ne è un esempio, di tabelle simili ne esistono molte altre tutte più o meno valide. Questa tecnica si contrappone a quella tradizionale fatta di chiare suddivisioni delle coltivazioni (ortaggi dello stesso tipo tutti in fila o su un’unica aiuola) ; negli orti sinergici è un “must” e viene applicata come uno dei principi irrinunciabili.

La sua utilità è convalidata da decenni di prove e verifiche “sul campo” da parte di moltissimi orticolturi sia hobbysti che professionisti che ne hanno provato l’efficacia, classico esempio (il più “famoso“) è la consociazione tra carote e cipolle che protegge entrambe dalle rispettive “mosche“, (per la precisione sono larve che attaccano il fittone della carota e il bulbo della cipolla). Metterlo in pratica è abbastanza semplice per orti di medio-piccole dimensioni (nel sinergico si puo dire che non serve pensarci tanto, è praticamente una “conseguenza” intrinseca) dove con più specie “compatibili” in minor spazio si aumenta notevolmente anche la produzione, un po’ più difficile per quelli più estesi dove richiederà un buon studio” preliminare che dovrà necessariamente tener conto di altri fattori come quello dell’uso o meno di mezzi meccanici, oppure, della “logistica” dei raccolti (non si potranno fare “chilometri” per raccogliere un pomodoro qui e l’altro là… risulterebbe alquanto scomodo).

La consociazione agevola anche un’altra tecnica, quella delle piante “parafulmine (Benjamin Franklin non centra nulla) così dette perchè in grado di attirare su di loro parassitosi che altrimenti interesserebbero porzioni più estese, un esempio sono gli acari (pidocchi) letteralmente posizionati ed allevati sulle nostre piante dalle formiche per prelevarne la sostanza zuccherina prodotta, solitamente prediligono alcune specie come le leguminose per cui mettendo una pianta qua e l’altra la abbiamo maggiori chances che si concentrino su di esse lasciando stare gli altri ortaggi. Inoltre, se gli attacchi sono concentrati su poche piante, sarà per noi più semplice intervenire per tenerli sotto controllo.

la rotazione

Oltre a malattie comuni a più specie ne esistono alcune, forse le più serie sebbene più rare, proprie di un determinato ortaggio o di una determinata famiglia; per evitare che si ripresentino periodicamente la rotazione colturale è una valida tecnica che apporta ulteriori vantaggi in termini di fertilità e produttività del suolo.

Osservando lo schema si intuisce come l’alternanza delle coltivazioni può contribuire a prevenire la reiterata insorgenza di infezioni o parassitosi specifiche di un ortaggio; molti batteri, funghi e parassiti hanno la capacità di annidarsi nel terreno per sopravvivere ai mesi freddi ripresentandosi puntualmente non appena la stagione lo permette, va da se che coltivando sempre gli stessi ortaggi nello stesso posto per più anni si finisce con l’agevolare la loro proliferazione, ruotando le colture non si ha la certezza che non vengano infettate ma, se non altro, non gli si serve il “cibo” su un piatto d’argento. Dovendo necessariamente spostarsi impiegheranno più tempo e l’attacco sarà più contenuto, le piante avranno più chances di sviluppare le contromisure adeguate e, in particolare per i parassiti, si permetterà ai predatori naturali di “attrezzarsi” (normalmente prima arrivano i parassiti e dopo i predatori, se si contengono i danni iniziali ci penseranno loro e noi potremo dedicarci ad altro).

Adottando una rotazione simile a quella dell’immagine si ha anche il vantaggio non solo di permettere la rigenerazione del terreno ma anche di arricchirlo migliorandone la fertilità (leguminose, fissatrici di azoto a livello radicale).

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coltura protetta e irrigazione

La maggior parte delle malattie sono di origine funginea e si trasmettono tramite spore spinte dal vento o che “rimbalzano” dal terreno alle foglie a causa delle precipitazioni piovose o per irrigazione errate (cosi dette, appunto, “a pioggia“); in ambedue i casi la pratica di coltivare in ambiente protetto permette di limitare sensibilmente i danni, la pioggia non colpisce direttamente il terreno vicino alle piante evitando che le spore “schizzino” sulle foglie più basse (il caso “principe” è quello della peronospora che parte sempre dai primi palchi fogliari), le irrigazioni (più frequenti visto che la pioggia non cade sotto la serra) con la classica gomma possono essere sostituite da un impianto ad “ala gocciolante” (il più comodo, affidabile e non troppo costoso) o da annaffiature localizzate ai piedi della pianta (evitando di bagnare le foglie se no siamo daccapo).

Gli unici accorgimenti raccomandati (indispensabili) sono di arieggiare per bene per evitare eccessive umidità (se così fosse state certi che le spore riuscirebbero nel loro intento) e di favorire il lavoro degli insetti impollinatori (spalancategli le porte) altrimenti tutti quegli ortaggi che richiedono il loro intervento (es. zucchine e fagiolini) non sarebbero in grado di produrre frutti (le zucchine si possono anche impollinare con un “coton-fioc” ma vorrei vedervi con i fagiolini…).

pacciamatura paglia

pacciamatura

La pacciamatura è un’ottima soluzione quando non si ha a disposizione una serra, ammortizzando le gocce ed assorbendo l’acqua piovana limita la diffusione delle spore, certamente meno che una coltura protetta dove non piove proprio ma fa comunque un buon lavoro, inoltre è un’ottima barriera contro il proliferare delle infestanti (solo questo basterebbe già per adottarla immediatamente). I principali materiali utilizzati sono la paglia, gli sfalci d’erba essiccata (senza semi altrimenti al posto di un orto vi ritrovate con un campo di foraggio) e i teli da pacciamatura (quelli neri, bruttini ma efficaci).

Cosa scegliere? Bel problema, qui le cose si complicano anche se più che altro a livello “etico“…..

La paglia è ottima, funziona egregiamente contro le infestanti, è completamente naturale e biodegradabile (dura comunque un’intera stagione o più), trattiene benissimo l’umidità limitando le irrigazioni, protegge il terreno dal freddo o dal caldo eccessivo e, per finire, ha una resa estetica senza paragoni, lo stesso vale per gli sfalci d’erba sono solo un po’ meno gradevoli da vedere. Detta così sembrerebbe il materiale ideale, non ci sarebbe più storia ma, purtroppo, non tutte son rose e fiori…

Innanzitutto non è facilmente reperibile ovunque (consiglio di cercarla presso cascine dove allevano anche bestiame), è importante ricordarsi di integrarne lo spessore in autunno e primavera per una più efficace protezione termica ma il suo problema principale è un’altro… se abitate nel sud Italia o in zone dal clima piuttosto secco va tutto bene ma se, come me, risiedete al nord ove il clima primaverile è particolarmente umido preparatevi a combattere una guerra estenuante contro lumache e limacce, l’ambiente umido che viene a crearsi è il loro habitat ideale ove proliferano in maniera da far perdere la pazienza ad un santo; metodi (prodotti) per difendersi ne esistono molti; personalmente, visto che la “chimica” non fa parte del mio dna, ho preferito ricorrere a soluzioni “alternative, più creative”.

pacciamatura telo

Se decidete che la paglia non fa al caso vostro potete ricorrere ai classici teli neri (anche verdi in alcuni casi), ne esistono di vari tipi da quelli in polietilene completamente impermeabili (personalmente non li adotterei mai perchè mi danno l’impressione di “soffocare” il terreno) a quelli in polipropilene traspiranti (questi vanno meglio, almeno un po’ d’aria e l’acqua la lasciano passare) fino al tessuto-non-tessuto, quello di colore nero piuttosto spesso (praticamente come i precedenti ma più soggetto a lacerazioni) o a quelli di ultima generazione in amido di mais biodegradabile (da nuovi sono impermeabili come i primi ma si degradano nel volgere di qualche mese e non vanno rimossi a fine ciclo, quel che ne resta può essere tranquillamente interrato).

Tutti i teli citati hanno essenzialmente alcuni problemi in comune, a fine ciclo, ad eccezione di quelli in amido di mais che andranno rimpiazzati, vanno rimossi e lavati (lavoro non molto impegnativo ma pur sempre da prevedere), una volta forati per far spazio ai trapianti il loro riutilizzo sarà vincolato dalle distanze tra i fori e dalle dimensioni del telo stesso (se li uso su una aiuola potrò riutilizzarli solo per quella o per un’altra quasi identica, in sostanza mancano di “flessibilità” e “adattabilità“), esteticamente sono piuttosto “cupi“, pur trattenendo anch’essi l’umidità non sono paragonabili all’efficacia della paglia e durante l’estate causano un surriscaldamento del terreno con conseguente rallentamento dell’attività microbiotica, dulcis in fundo (principale problema etico ad eccezione di quelli bio), dopo qualche anno, ammettendo di non averli lacerati o rovinati prima, andranno conferiti come rifiuti speciali (il loro riciclo è più difficoltoso rispetto alla comune plastica per cui non vengono considerati riciclabili dalla maggior parte dei comuni italiani).

Visti e considerati pregi e difetti dei vari materiali nasce la necessità di un compromesso che possa sfruttarne le caratteristiche positive limitandone quelle negative, in effetti studiandoci un po’ qualcosa ne è venuto fuori ma, essendo ancora in fase di collaudo, vi rimando a futuri post.