Nuovo ortosconvolto come sarà – parte 3ª – gestione

Rieccoci qui, pensavate che la progettazione fosse terminata…. non è così, le “meningi” andranno spremute ancora un po.  Dopo aver esaminato gli elementi naturali, la logistica degli ingombri e aver dato un “senso” al tutto resta da valutare la praticità di gestione del terreno. Abbiamo già visto come la disposizione e la forma di aiuole e aree coltivate siano state dettate in buona parte dai mezzi che andremo ad utilizzare ora sarà necessario porre attenzione a tutti quei problemi ed inconvenienti “pratici” che dovremo affrontare quando l’orto verrà avviato o sarà in produzione (avete presente ?… malattie, erbacce, lumache, parassiti, irrigazione, ecc.).

Andando per gradi….

Le malattie più comuni, perlopiù di origine funginea quali peronospora e oidio, colpiscono e colpiranno sistematicamente anno dopo anno le nostre colture; chi mi segue sa già come la penso, (se non lo sapete o non ricordate leggete qui) per cui il futuro orto non prevederà accorgimenti particolari se non il principio della “rotazione colturale” e la messa a dimora di un maggior numero di piante rispetto a quanto ritenuto necessario ( se, per il raccolto che mi attendo, serviranno 20 piante di pomodoro ne pianto 25/30 per sicurezza così nel caso qualcuna non ce la faccia la produzione sarà comunque pari o, nella maggioranza dei casi, superiore all’atteso).

Infestanti, problema non indifferente, il più impegnativo e “fastidioso. Intendiamoci, la presenza di erbe spontanee non è del tutto negativa, attirano su di se i parassiti, mantengono l’umidità del suolo, evitano l’erosione in terreni scoscesi, decomponendosi  producono “fertilità” (humus), favoriscono il prosperare della microflora e della microfauna e, in molti casi, sono anche “commestibili” (nel caso di ortosconvolto 3.0 la camomilla, tanto per citarne una); il lato negativo è che sottraggono nutrienti e luce a ciò che coltiviamo. Da queste considerazioni si deduce che vanno “contenute” la dove possono danneggiare le colture (nelle aiuole) e “mantenute sotto controllo” ma non “eliminate del tutto” la dove i vantaggi superano gli svantaggi (nei passaggi). Avete presente quei bellissimi e ordinatissimi orti e interi campi dove non cresce un filo d’erba e il colore dominante è il “marrone bruciato” di un terreno riarso dal sole e praticamente “sterile” ?… be, dimenticatevelo, per quello c’è l’agricoltura convenzionale con i suoi diserbanti e pesticidi (da “brivido“).

terra-arida2

La soluzione si ricollega al discorso sulla pacciamatura e sulla logistica.

Il compito del contenimento delle infestanti nelle aiuole verrà affidato alla pacciamatura (vedremo in seguito con quali materiali) che ne impedirà la crescita incontrollata (dover togliere le erbacce a mano non è il “massimo della vita“) mantenendo l’umidità del terreno e limitando, conseguentemente, anche le irrigazioni; la crescita delle erbe spontanee sarà “concessa” nei vari passaggi; lungo i più stretti (tra i bancali/aiuole) saranno falciaerba e, se il terreno si sarà compattato troppo, motozappa a mantenerle sotto controllo (logistica : aiuole e passaggi dimensionati in maniera tale che un unico passaggio sarà sufficiente a “ricondurle” ad una altezza consona o ad eliminarle con una sorta di sovescio); nei passaggi più ampi e nei campi più estesi (zona 3) sarà il trattore a svolgere il compito con trinciatrice o fresatrice a seconda della necessità.

pacciamatura

L’irrigazione ha la sua bella importanza, le precipitazioni naturali possono assolvere al compito solo limitatamente ad alcuni periodi dell’anno; in autunno e in primavera (periodi notoriamente “piovosi“) saranno più che sufficienti se non addirittura eccessive dal dover essere drenate (osservazione dell’ambiente : pendenze del terreno), in inverno non servirà ma in estate sarà indispensabile intervenire.

Il metodo “a pioggia può andar bene su colture estese a ciclo lungo (es. mais e cereali in genere) ma va categoricamente escluso per gli ortaggi per non favorire l’insorgere delle “solite” malattie funginee. Le principali modalità “consentite sono essenzialmente tre; bagnare pianta per pianta con l’innaffiatoio (improponibile viste le dimensioni in progetto), ad infiltrazione laterale o con un’impianto a goccia. Essendo, la mia, una superficie piuttosto pianeggiante, oltre all’innaffiatoio per ovvi motivi, ho dovuto scartare la tecnica “a scorrimento ed infiltrazione laterale” (pur avendo a disposizione una buona riserva il rischio era di ridurre ad un’acquitrino alcune zone per riuscire a far arrivare l’acqua a quelle periferiche) per cui ho concentrato l’attenzione sul metodo a goccia.

pianta-orti_irrigazione

Individuati i punti di approvvigionamento (disegno sopra), costituiti dal laghetto e da un rubinetto collegato al pozzo, restano da affrontare un paio di problemi collegati tra loro. Il primo è fare in modo che l’acqua della riserva possa alimentare l’impianto in quanto il dislivello attuale è troppo poco per un’adeguata pressione, l’unica soluzione è prevedere un serbatoio di accumulo (di adeguato volume) più in alto, per “sollevare” l’acqua sarà quindi necessario dotarsi di una pompa adatta allo scopo (l’acqua piovana può essere preservata ma non è sicuramente sufficiente) che di tanto in tanto dovrà essere azionata per riempirlo; il secondo “dilemma” è costituito dall’impianto stesso, come fare arrivare l’acqua ovunque ci serva; la collocazione dei tubi preposti alla distribuzione ai vari impianti a goccia non potrà prescindere dalla “logistica” affrontata in precedenza (se li appoggio semplicemente a terra, per evitare di “triturarli“, dovrò toglierli ogni volta che uso falciaerba, motozappa o trattore), in questo caso le soluzioni sono due : interrarli in profondità in modo da non subire danni da una eventuale fresatura oppure porli ad una altezza tale da non costituire un’ingombro (qui il secondo problema si ricollega al primo, se li metto in alto dovrò alzare di conseguenza anche la quota del serbatoio).

La logica suggerisce di cercare un compromesso funzionale, la distribuzione tra un’aiuola e l’altra sarà affidata a tubi posti a circa 170/180 cm. dal piano di calpestio (non sono un “watusso” per cui basteranno comodamente) mentre quelli di alimentazione e che attraverseranno i passaggi più larghi saranno interrati a 30/40 cm. di profondità, di conseguenza il serbatoio di accumulo, sfruttando la seppur poca pendenza esistente e il principio dei vasi comunicanti, potrà essere posto ad una quota abbastanza “comoda” (circa 150/160 cm.) comunque sufficiente anche dal punto di vista della pressione. In alternativa sarà possibile sfruttare l’autoclave del pozzo che però non è più molto affidabile a causa del progressivo abbassarsi della falda acquifera (ultimamente resta spesso all’asciutto).

Valutata anche l’irrigazione non restano che le “note più dolenti“…. i parassiti!

La “carrellata” di immagini qui sopra non rappresenta che una piccola parte di quella “famelica” armata pronta a gettarsi a capofitto sulle nostre povere piante, da mettersi le mani fra i capelli ma…. lasciamo da parte “l’emotività” ed esaminiamo il problema (trovate qualcosa anche “qui“).

Ok, vado al consorzio e mi procuro un buon pesticida, problema risolto! Semplice no? e poi… chi se ne frega di tutti quegli insetti utili come coccinelle (ghiotte di acari) e api, voglio produrre ortaggi mica miele! Che vuoi che sia quel piccolo inquinamento del terreno e delle acque che causo col loro uso (moltiplicatelo per qualche centinaio di migliaia o milioni di volte e dovrebbe essere chiaro). Per me l’importante è non faticare e avere quanto più possibile “adesso”…

Vi siete stupiti? E’ solo uno “sfogo”, non troppo velato, che descrive quel che è stato ed è (per fortuna le cose stanno lentamente cambiando) il modo di ragionare sia dei grandi produttori che, aimè, della maggior parte degli  hobbisti “orticoltori” tradizionali. Qualcuno di voi si sentirà “offeso” ma non importa, quello che conta, e spero, e l’aver messo la famosa “pulce nell’orecchio” che faccia riflettere su un tema che sta assumendo ogni giorno più importanza per un futuro “sostenibile” ben più prossimo di quel che si può pensare.

Esistono anche prodotti decisamente meno “devastanti di quelli di sintesi, ad esempio il piretro (N.B.: piretro NON piretroidi, questi ultimi sono prodotti chimici, di naturale hanno ben poco) consentito in agricoltura biologica così come vari macerati e/o infusi di cui si trova parecchio in rete; dal mio punto di vista non ho nulla in contrario ai macerati e infusi, qualcosa in più ho da dire sul piretro; è un prodotto si naturale ma in grado di uccidere indistintamente moltissime specie di insetti (tra cui api e & co.) per cui non usatelo appena prima e durante le fioriture, evitate anche di “eccedere” con le dosi o la frequenza. Albert Einstein ha pronunciato alcune parole che, un secolo dopo, sanno di nefasta profezia, facciamo in modo che profezia restino.

einstein_api

Dopo le “polemiche” torniamo a noi…

Il non-metodo ormai intrinseco nella mia personalità ha preferito un’approccio diverso dall’eliminazione sistematica, la scelta si è rivolta verso una protezione passiva (in parte anche attiva con “asportazione” manuale ma ci va tempo e tanta pazienza per cui, ok ma saltuariamente a piccole dosi). Considerando che la maggior parte dei parassiti si sposta per via aerea o sul suolo (per quelli che viaggiano sotto terra come talpe, arvicole, grillotalpa, ecc. ci sto ancora lavorando ma, per il momento, non ho trovato una soluzione “praticabile“) ho optato per “barriere fisiche” in grado di mantenere a debita distanza la maggior parte di essi; ne è nata la struttura “aliena” che potete vedere sotto.

La stessa è risultata in grado di far fronte alla maggior parte dei problemi gestionali descritti in quest’articolo. Per la descrizione dettagliata vi rimando a futuri post; sinteticamente si può dire che integra la logistica (dimensioni “calibrate” all’uso della motozappa), il controllo delle infestanti (telo per pacciamatura), l’irrigazione (impianto a goccia integrato) e ha funzione di barriera fisica contro i parassiti.

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